Il Tirreno

Empoli

Diego, da Empoli a Dubai per guidare la ricerca

di Elisabetta Giorgi
Diego, da Empoli a Dubai per guidare la ricerca

Olivari al timone di un maxi-progetto: «Qui si investe sul futuro»

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EMPOLI. Diego Olivari, medico nato a Empoli e maremmano d'adozione, dagli Emirati ha ricevuto un prestigioso incarico. E stanco e deluso dell'Italia l'ha afferrato al volo: è appena diventato direttore di un nuovo centro mondiale di ricerca in medicina subacquea a Dubai. Una storia partita da lontano, la sua. Da un viscerale amore per la subacquea.

Le origini. Nato a Empoli nel 1973 e cresciuto in un podere tra Lamporecchio e Vinci, Olivari viene da una «classica famiglia contadina toscana», come la chiama lui, con solide radici sarde e pugliesi. «Ogni anno - racconta - passavo l'estate dai nonni materni a Santa Maria di Leuca». Da ragazzino frequenta il liceo classico a Pistoia; nel 1992 fa le selezioni per entrare in Accademia Militare a Firenze. Inizia a studiare medicina a Firenze ma sente il richiami sirenico del mare, fin da piccolissimo, e si appassiona alla fisiologia in immersione. Fa immersioni e comincia a calcolarsi le tabelle decompressive. Alla laurea nel 1999 arriva la prima destinazione operativa: 2° Reggimento Alpini di Cuneo. Dal mare ai monti «è un'esperienza unica e a sole due ore dalla Costa Azzurra. Così andavo a immergermi a Villefranche sur Mer». Durante la carriera militare la medicina subacquea resta un hobby, negli Alpini prima e nei carabinieri poi. Ma anche quando è in missione all'estero, dal Kosovo all'Iraq fino a Nassiriya, lui pensa sempre al mare che gli "scorre" in vena, sgorgando fuori un po' alla volta. La subacquea viene a galla. Mentre lui è ancora negli Alpini, l'Esercito apre una selezione per un corso di medicina subacquea e lui partecipa. «Vengo accettato ma il comandante di Reggimento («uno dei migliori avuti») mi convoca. "Tenente, io ti ho fatto fare tutti i corsi che mi hai chiesto, ma mi spieghi come lo giustifico un ufficiale medico degli Alpini specializzato in medicina subacquea?" Così niente medicina subacquea».

Medico. Nel 2009 lui si congeda. «Troppa politica e disparità nelle forze armate. Forse sono sempre stato un ingenuo ragazzotto di campagna ma ho sempre pensato che per andare avanti bastassero impegno e risultati. Mi metto in gioco come medico di pronto soccorso». Un anno in Veneto in due ospedali, poi Livorno, Piombino. Ma è difficile. «Contratti di tre mesi in tre mesi, senza assunzione, senza concorsi, con una carenza di organico incredibile». Lavora anche all'Elba e quando non è in turno è sempre sott'acqua. Inizia a frequentare il master di Medicina Subacquea e iperbarica al Sant'Anna di Pisa, e a fare i turni in camera iperbarica a Portoferraio. Passa al 118 di Grosseto (sempre contratti libero-professionali e in carenza di personale).

Al via la ricerca. Dalla tesi per il master Olivari accelera il suo impegno sulle sue passioni. Si occupa di ricerca sulla fisiologia subacquea e sui cambiamenti nelle immersioni profonde, con diverse miscele di gas e diversi profili decompressivi. Avvia la collaborazione con la Maremma e la Dive System di Valpiana (azienda italiana di attrezzatura subacquea tecnica e di computer subacquei). Realizza con l'ingegner Attilio Piacente un nuovo algoritmo decompressivo basato sulla storia clinica del subacqueo, orma prossimo al lancio sul mercato. Grazie alla fiducia di Paolo Zazzeri crea il Medical Lab dove fa corsi di ricerca avanzata e fornisce ai subacquei consulenze e test personalizzati con apparecchiature mediche modificate. Intanto ancora immersioni. Turni, visite, tabelle decompressive, consulenze per l'estero. «E tanti problemi per portare avanti i progetti, tutti autofinanziati».

Brusii. Nella sua testa cresce un tormento interiore sempre più diffuso. Tanti i problemi legati al lavoro, alla precarietà dei contratti, alle difficoltà tutte italiane di sviluppare la ricerca. «Il 70% di quello che un libero professionista guadagna se ne va in tasse». Crescono pure le incomprensioni da parte dei colleghi. Sgradevoli pressioni, contestazioni fastidiose e incomprensibili. Allora addio Italia. «Un giorno mentre sono a Londra vengo contattato per un nuovo gigantesco progetto a Dubai che comprende un centro di Ricerca in medicina subacquea. Parto a giugno 2015 per il colloquio, più curioso di vedere Dubai che fiducioso di ottenere il posto. Arrivo. Città incredibile, colloquio con persone molto professionali e riparto. Il tempo di sentire il caldo umido incredibile, di visitare il sito (cantiere quasi concluso) di proprietà del Principe Ereditario di Dubai e inizio a sperare. Si dimostra da subito un'occasione unica. Non sapendo niente dopo un mese spedisco una mail e la risposta è: "Beh, pensavamo fosse chiaro. Vogliamo te e i tuoi progetti di ricerca". Proposta di contratto da firmare e biglietto sola andata per Dubai che mi viene spedito per mail. Avevo appena portato la mia moto da Follonica a Londra guidando tre giorni attraverso l'Europa. Tre giorni dopo riprendo l'aereo cambiando città e Stato per la terza volta in un anno».

Dubai la regina. Diego diventa così cittadino degli Emirati. «Dubai è la città più internazionale che io abbia mai visto. Nuova, viva, piena di tutto al massimo. Qua investono sul futuro nel vero senso della parola. Certamente non hanno problemi di fondi ma li sanno anche utilizzare. E mi sono reso conto che in Italia è arrivata la conoscenza sbagliata della cultura islamica. La normalità non è l'estremismo. Grande rispetto per la vita, per le culture differenti, vogliono costruirsi un background scientifico medico che renda Dubai una delle future capitali del turismo sanitario. Tra centri sportivi, Mall (incredibili centri commerciali) e alberghi si può fare tutto a ogni ora del giorno e della notte (cinema in 4D, concerti, acquari, spettacoli, persino la famosa pista da sci). La prima cosa che mi ha colpito è stata la pulizia della città, la gentilezza disarmante ovunque e l'assoluta assenza di criminalità.

Aspettative. Non ci sono limiti di budget per la ricerca. «Ogni progetto che propongo viene accettato e finanziato completamente. Finalmente ho uno stipendio notevole per continuare a seguire la mia passione, e non mi viene risucchiato per più della metà da uno Stato che non offre niente in cambio, se non altre tasse».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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