Sicurezza
«Non deve vincere la paura Ecco perché resto in Burkina»
Il geometra fucecchiese Piero Selmi non è rientrato con gli altri connazionali «Qui c’è bisogno di noi, la gente ci vuole bene e mi sento più al sicuro che a Parigi»
FUCECCHIO. Il Burkina Faso è una terra che ospita 17 milioni di persone, con un'aspettativa di vita sotto i 50 anni e con un tasso di alfabetizzazione molto basso, attorno al 36%. E' circondata da paesi difficili, tra cui Mali e Niger, dove il terrorismo colpiva e colpisce ancora. Per questo, nel tentativo di aiutare la popolazione locale a crescere, tante organizzazioni da tutto il mondo vi si recano, cercando di costruire qualcosa "di solido" insieme alla gente, i burkinabè.
Tra queste c’è il movimento Shalom di San Miniato, sul campo da anni, non solo in Burkina Faso. Molti volontari del movimento fondato da don Andrea Cristiani sono ancora lì, nonostante venerdì scorso ci siano stati due sanguinosi attentati in due locali della capitale frequentati da occidentali. Fra questi volontari c'è Piero Selmi, cinquantaquattrenne geometra fucecchiese, che frequenta questa terra difficile ma affascinante da ormai quattro anni. Si occupa di supervisionare la costruzione di edifici (panifici, scuole) o della loro ristrutturazione: nel suo piccolo - come lui racconta - insieme agli altri volontari prova a dare una mano.
I suoi amici venerdì sera stavano tentando di prendere l'aereo per tornare in Italia, quando sono partite le esplosioni e le raffiche: Selmi, invece, aveva già deciso che sarebbe rimasto, per seguire i progetti di cui si occupa. E perché non ha paura: «Chiaramente la fatalità - spiega - ci può stare, però mi sento più tranquillo qui che in una grande città europea come Parigi: la popolazione ci vuole bene, quando c'è un problema i burkinabè sono i primi a darci una mano. Qui non si respira aria di guerra, né abbiamo paura ad andare in giro. Anche perché - se così fosse - ci penserei due volte a rimanere in Burkina Faso. E oltretutto sarebbe inutile venire qua per stare barricati in casa».
Selmi racconta che ha deciso di rimanere perché in quei giorni servivano le sue competenze tecniche e perché - in Africa - è maledettamente difficile fare anche cose semplici, coi tempi che si dilatano inevitabilmente. Il geometra - venerdì sera - non era lontano dal teatro degli attentati, anche se non ha sentito esplosioni: «Stavo accompagnando delle persone a fare un giro al mercato: nella delegazione siamo stati tranquilli sin dall'inizio mentre si vedeva che i locali in quelle ore erano nervosi, sul chi va là». Nelle ore successive agli attentati nella capitale Ougadougou - dove è morto un bimbo italiano - è arrivata la rivendicazione di una sigla terroristica vicina ad Al Qaeda: si pensa che dietro a tali efferatezze ci sia la volontà di colpire la popolazione che ha deciso di darsi una democrazia, in una nazione circondata dalla galassia jihadista e appena uscita dal periodo truce dell'ex dittatore Blaise Compaorè.
Senza dimenticare la forte presenza di occidentali, bersaglio chiarissimo degli attentati di venerdì, come dimostra la scelta dei locali colpiti. Sicuramente a pagare il prezzo più grande saranno i burkinabè, perché gli attentati allontaneranno turisti ed investitori. Per questo Selmi lancia un appello: «Chi ha colpito lo ha fatto per mettere paura alla popolazione. La gente del luogo ha bisogno del turismo per sopravvivere e per crescere economicamente e questa terra nasconde delle bellezze che pochi altri hanno. Non deve vincere la paura».
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