Il Tirreno

Empoli

Beata aveva paura di tornare a casa

di Francesco Turchi e Massimo Mugnaini
Beata aveva paura di tornare a casa

Una testimone: "dopo un incidente si fece accompagnare in albergo". Ma il mistero della donna trovata morta in casa a Ponzano s'infittisce: il decesso sarebbe avvenuto la sera prima del ritrovamento

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EMPOLI.  L'unica certezza è che è morta. Per il resto, infatti, l'indagine sul caso di Beata Balon era e resta  davvero difficile. Ancora non è arrivata a un porto sicuro e sta riservando sorprese. Come quella dell’orario del decesso. La quarantenne polacca, come ha stabilito l’autopsia eseguita dall’istituto di medicina legale di Firenze, è morta verso le 23 di domenica 10 gennaio. E non la mattina del lunedì come era inizialmente emerso dai primi riscontri e testimonianze. E' ancora fitto, dunque, il mistero sulla tragica fine della donna trovata morta nel suo letto in via Pasteur a Ponzano dove abitava con il compagno Giuseppe Nocerino. La donna aveva il capo chiuso in un sacchetto di plastica nero fissato al collo con nastro adesivo da pacchi su cui non sarebbero state trovate impronte digitali.

LA TESTIMONIANZA DELL'AMICA. «Forse avrei potuto aiutarla. Mi aveva detto che ero il suo angelo. Che mi aveva trovata e non mi voleva perdere. E magari se domenica l’avessi chiamata...». Parole accompagnate da brividi che corrono sulla pelle, spinti da un mix di rabbia e rimorso. Beata è stata trovata morta da due giorni. In pigiama, sul letto, con un sacchetto di plastica in testa, nella casa di via Pasteur dove viveva con il compagno, Giuseppe Nocerino. [[atex:gelocal:il-tirreno:empoli:cronaca:1.12758158:gele.Finegil.StandardArticle2014v1:https://www.iltirreno.it/empoli/cronaca/2016/01/11/news/trovata-morta-con-un-sacchetto-in-testa-1.12758158]] E dove, poche ore prima, non era voluta tornare dopo un incidente, preferendo trascorrere alcune ore in un albergo. Forse si è trattato di suicidio. O forse di omicidio. Le indagini sono in alto mare. Un mare fatto di dubbi e sospetti, dal quale ora spunta una testimonianza che potrebbe rivelarsi preziosa. Rosa passeggia davanti alla casa (sotto sequestro) al civico 28. Sono le 11.30 di mercoledì 13 gennaio. È già stata qui il giorno prima, per portare un fiore (l’unico), con biglietto, sul quale ha scritto «ti avevo conosciuto da poco». Un piccolo gesto per una donna sfortunata. La tristezza l’ha spinta a tornare, magari con la speranza che anche altri, nel frattempo, avessero avuto lo stesso pensiero. E invece no. Il suo fiore bianco è lì, appoggiato sul cancello. Da solo. Rosa lo guarda e riavvolge il nastro. Anche se fa male al cuore. Torna con la mente a giovedì scorso. È quasi l’una, è in cucina, nella sua casa di Spicchio, e sta preparando il pranzo: «Sento un gran botto, scendo per capire cos’è successo. In quella maledetta curva si sono già fatti male in tanti, ho perso il conto delle persone che ho soccorso». Stavolta c’è una Peugeot 206 che è finita contro un palo. Al di là dei danni alla carrozzeria, la ruota è spaccata e la macchina non può viaggiare. Dall’abitacolo esce una signora bionda. È disperata: «Mi sono offerta di accompagnarla a casa. Ma lei ha rifiutato. Non ci voleva andare». Perché? Rosa non lo sa, Beata non l’ha detto. Ma secondo fonti investigative temeva la reazione del compagno. «A me ha solo chiesto di accompagnarla in albergo, dove sarebbe rimasta per alcune ore, in attesa che le riparassero almeno la ruota. Siamo andate prima a Limite sull’Arno, ma non c’era posto e poi a Sovigliana. L’ho accompagnata in camera».

[[atex:gelocal:il-tirreno:empoli:cronaca:1.12775892:gele.Finegil.Image2014v1:https://www.iltirreno.it/image/contentid/policy:1.12775892:1652188590/image/image.jpg?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=d5eb06a]]

"VOLEVA TORNARE IN POLONIA". Di fronte a un’altra donna, Beata si apre. Si confida. Tira fuori il dolore che ha dentro: «Mi ha detto di voler tornare in Polonia. Ho visto una donna stanca, provata, in grossa difficoltà». L’auto è pronta per le 18.30. Rosa va a prendere la Balon per portarla in carrozzeria: «Aveva bevuto. Ho provato a convincerla a non guidare. Ma lei ha insistito. Quando è partita ha imboccato una strada contromano». Il giorno dopo le due si sentono nuovamente. È venerdì mattina e Rosa telefona per sapere come sta quella donna così fragile. La risposta la lascia di sasso: «Ho fatto un altro incidente ieri sera». Beata è andata nuovamente a sbattere. Dice nella zona di Pozzale, ma molto probabilmente, stando alla descrizione del luogo, l’incidente le è accaduto altrove: «Mi ha spiegato che aveva spaccato la macchina anche sull’altro lato rispetto al danno causato la mattina e che dovevano valutare se era più conveniente ripararla o rottamarla. “Intanto ho preso due giorni di riposo a lavoro (Beata era dipendente della Manutencoop e faceva le pulizie in municipio a Empoli, ndr), poi si vedrà”. Mi ha anche detto che non dormiva da due giorni e due notti. E io l’ho rimproverata: “Se ti avessi accompagnata io a casa come ti avevo detto...”». Ma “Veronica”, come inizialmente si era presentata alla signora di Spicchio e come la chiamavano le amiche, ormai vede in Rosa un punto di riferimento, un possibile sostegno, un supporto alla sua fragilità. E cerca di instaurare con lei un rapporto di amicizia: «Sei un angelo venuto dal cielo, non voglio perderti». Quelle parole ora rimbalzano continuamente nella testa di Rosa: «Nei suoi occhi si leggevano tante cose. Ho conosciuto una persona disperata, che si sentiva sola, che diceva di voler tornare in Polonia».

UNICO FIORE. Dopo quella telefonata, le due non si sono più viste né sentite: «Ci eravamo lasciate con la promessa di risentirci domenica». Proprio il giorno in cui - secondo quanto è emerso dalle indagini della Procura fiorentina - la Balon, arrivata in Italia all’inizio degli anni Novanta e madre di due figli, è morta. «Purtroppo sono stata impegnata per tutto il giorno - racconta Rosa - e non ho avuto il tempo di richiamarla. L’avrei fatto il giorno dopo». E invece, in tarda mattinata, è squillato il suo di cellulare. «Un’amica mi ha dato la notizia: “Guarda internet, è morta la donna che avevi conosciuto giovedì scorso”. Non ci credevo. D’istinto ho gridato con tutta la mia forza. E da allora vivo con il rimorso, mi chiedo se sarebbe successo lo stesso o se una mia telefonata avrebbe potuto cambiare il destino di quella povera donna». La commozione prende il sopravvento dietro agli occhiali scuri. Gli occhi pieni di lacrime tornano a fissare il cancello: «Ecco, ora sapete perché sono qui. E perché ho portato questo fiore. Che, purtroppo - conclude amaramente - è anche l’unico».

 

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