Italia
Morta con un sacco in testa
Donna trovata in camera, non è chiaro se sia stato omicidio o suicidio
EMPOLI. Distesa sul letto, in pigiama. Con un sacchetto di plastica sulla testa, chiuso con un nastro adesivo. La casa in ordine, senza alcun segno di effrazione. È lo scenario che si è materializzato davanti agli occhi dei carabinieri che ieri mattina sono entrati nell’abitazione al piano terra di via Pasteur a Empoli.
Il corpo senza vita di Beata Balon, 46 anni, di origine polacca ma in Toscana dai primi anni Novanta, è stato trovato dal compagno, Giuseppe Nocerino, classe 1977, addetto alla vigilanza in un centro commerciale. Che - stando a quanto ha raccontato agli inquirenti - ha dormito nel letto con Beata e quando si è svegliato per andare a lavorare non si è subito reso conto della morte della donna, a poche decine di centimetri da lui, complice la presenza di un grosso pupazzo di peluche, che gli avrebbe coperto la visuale. Quando ha notato il sacchetto - sempre secondo la sua versione - ha chiesto l’intervento del 118 e ha quindi avvertito i carabinieri. Nell’appartamento al piano terra della palazzina in zona Ponzano sono arrivati i militari della stazione e del nucleo operativo di Empoli, guidati dal capitano Giorgio Guerrini, supportati dalla scientifica e dal reparto operativo di Firenze insieme al comandante provinciale, colonnello Marco Lorenzoni e al sostituto procuratore Ornella Galeotti, che coordina le indagini. Che hanno l’obiettivo di fare luce sui tanti aspetti oscuri della tragedia. Dopo una giornata convulsa di interrogatori, rilievi e testimonianze, gli inquirenti non escludono alcuna ipotesi: omicidio o suicidio. E soltanto dall’autopsia, prevista stamani a Firenze, potranno emergere i primi elementi utili per risolvere il giallo, a cominciare dalla causa (strozzamento o soffocamento) e dall’orario della morte.
Mentre erano ancora in corso gli accertamenti nell’abitazione al civico 28 di via Pasteur, il compagno di Beata è stato portato in caserma a Empoli. Dove è stato interrogato per diverse ore dagli inquirenti, impegnati a ricostruire nei minimi dettagli le ultime 24 ore di vita di Beata, originaria di Varsavia, madre di due figli (avuti da precedenti relazioni), una donna «dalla personalità fragile». Ma sono stati esaminati anche i rapporti con Nocerino, con gli amici, i colleghi di lavoro dell’azienda di pulizie Manutencoop. Almeno una decina le persone chiamate nella caserma di via Tripoli per essere ascoltate dal pm e dai carabinieri guidati da Saverio Spoto. Nell’abitazione non è stato trovato nessun elemento riconducibile a una rapina o a una colluttazione.
L’appartamento è stato posto sotto sequestro, insieme a una serie di oggetti personali di Beata e del compagno. A cominciare dal personal computer della coppia, all’interno del quale gli inquirenti sperano di trovare anche il minimo elemento che possa dare una spiegazione, o comunque delle indicazioni utili per risolvere il caso. I due abitavano insieme da cinque anni circa. Prima in via Ponzano, poi il trasferimento in via Pasteur. Dove - secondo il racconto dei vicini - conducevano una vita «normale, molto riservata. Raramente erano insieme». Che commentano «Questa tragedia è davvero un fulmine a ciel sereno». Lei, dipendente di Manutencoop, da tempo si occupava delle pulizie all’interno del municipio a Empoli e in passato aveva svolto le stesse mansioni all’interno dell’ospedale: «Una bella donna - raccontano a Ponzano - una persona perbene che era perfettamente integrata in Italia». Lui, originario di Napoli, già agente di vigilanza, lavora come addetto all’antitaccheggio in un centro commerciale fiorentino. Con una passione per il suo lavoro e per la divisa che indossa, tanto che spesso - secondo il racconto di alcuni conoscenti - quando si presenta si qualifica come ispettore. Ma gli inquirenti vogliono ricostruire nei dettagli il rapporto tra i due. Secondo quanto è emerso, in passato non ci sarebbero stati episodi di violenza. Così come, infine, si vuole ricostruire i presunti problemi di Beata, legati ad alcolismo e depressione, che potrebbero averla spinta a compiere un gesto estremo.
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