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Dirigente di Banca Etruria morto, la figlia: "Non fu suicidio"
Montelupo, torna alla ribalta un caso di 23 anni fa: Emilio Mannucci era vice direttore dell’Etruria leasing
MONTELUPO. Un fascicolo aperto e richiuso più volte, passato tra le mani di tanti inquirenti. E poi archiviato, dopo anni, con una parola (accompagnata da tante ombre) che non è mai stata accettata da tutti quelli che conoscevano Emilio Mannucci: suicidio. Ora però, 23 anni dopo - con il caos e i veleni di Banca Etruria, la tragedia di Luigino D’Angelo, il pensionato di Civitavecchia che si è ucciso dopo aver perso i risparmi di una vita, la morte di Licio Gelli (ma non dei misteri che lo accompagnavano) - quella tragedia torna improvvisamente d’attualità, insieme ai sospetti e ai dubbi. E alle certezze mai scalfite nel cuore di chi gli voleva bene: «Mio padre - racconta la figlia Simona che abita a Montelupo - non si è suicidato. La verità? Non la conosco, ma sicuramente è un’altra».
Per capire bisogna riavvolgere il nastro di un quarto di secolo. Emilio, montelupino, è dipendente della ditta di ceramiche “Fratelli Gherardini e ai vertici della Banca di Capraia e Montelupo, che nel 1989 viene incorporata dalla Banca Popolare dell’Etruria e del Lazio. Negli accordi di fusione era previsto che il ragioniere Mannucci assumesse la vicedirezione dell’Etruria Leasing, la finanziaria della banca.
Un uomo che viene descritto come “tutto famiglia e lavoro, cattolico osservante”. La sera del 22 luglio 1992 esce di casa, dicendo di andare a una cena. E scompare nel nulla. Viene ripreso dalle telecamere in un autogrill a Viareggio; si dirige verso Parma, poi Bologna: quindi torna verso Firenze. Verso l’1.30, all’altezza di Barberino, un camionista lo trova fermo sulla corsia di emergenza mentre cambia una ruota alla macchina. L’autotrasportatore avverte la polizia, che un paio d’ore dopo ritrova la Fiat Croma di Mannucci nell’area di sosta Chianti, poco dopo Firenze. Il corpo senza vita di Emilio, 47 anni, viene invece trovato il 18 agosto 1992, nella campagna di Reggello, sotto un traliccio. «Si è impiccato», si dirà.
Ma la famiglia non ci crede. Così come gli amici, i colleghi e tutti coloro che lo conoscevano bene. Compreso il parroco, che lo ribadisce dall’altare durante il funerale. L’avvocato della famiglia invita «gli inquirenti a indagare sugli affari dell’Etruria Leasing e in particolare sulla banca-madre»: i nomi di due consiglieri della banca erano nelle liste della P2 di Licio Gelli, uno dei quali morì in circostanze mai del tutto chiarite, con colpo di pistola alla tempia nel 1982.
Nel frattempo viene anche ritrovata una lettera tra le carte dal ragioniere: «Mi sento minacciato, proteggete la mia famiglia». Ma una prima inchiesta viene archiviata; l’anno successo è il sostituto procuratore Paolo Canessa ad aprire un nuovo fascicolo; che poi sarà riesaminato dalla Procura Antimafia nell’ambito di un’inchiesta sul riciclaggio di narcodollari attraverso il traffico d’oro. Si andrà avanti così per un decennio. Prima dell’archiviazione definitiva.
«Io non ce l’ho con gli inquirenti - racconta oggi Simona, una delle due figlie di Emilio -. Ho visto gente lavorare sodo per arrivare alla verità. Ho visto quei fogli passare di mano in mano. Ma nessuno (complice forse anche un segreto bancario all’epoca ancora più ferreo di adesso) è riuscito a trovare il bandolo della matassa. E comunque se fosse stato archiviato come procedimento a carico di ignoti, avrebbe avuto un sapore diverso. E invece, quella parola, “suicidio”, è una pugnalata per tutti noi. Io non so se è stato una vittima o si era ritrovato coinvolto in qualcosa di sbagliato. Ma di sicuro non si è ammazzato».
«E invece mio padre non si sarebbe mai ucciso - ha continuato - Diceva che il suicidio non è un gesto eroico, perché finisce per scaricare un problema sulle persone alle quali vuoi più bene. Diceva sempre che “tutto si risolve” e che qualsiasi tipo di difficoltà andava affrontata».
Ecco perché Simona, la sua sorella, la mamma e «tutta Montelupo» non hanno mai creduto che Emilio avesse deciso di farla finita: «Nessuno mi restituirà mio padre. Ma spero che anche dopo così tanti anni, ora che quella vicenda è tornata alla ribalta, si possa finalmente scoprire la verità. Noi intanto ci teniamo le nostre convinzioni». Insieme al dolore che ha scandito questi anni. Alimentato da dubbi e sospetti: «Al tempo abbiamo provato a dimostrare che i segni lasciati dal cappio al collo non erano compatibili con un gesto volontario. Ma non ci siamo riusciti. Così come abbiamo cercato, inutilmente, quel camionista che l’aveva incontrato in autostrada e che invece è sparito nel nulla».
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In più, all’epoca, gli investigatori avanzarono perplessità anche sulle condizioni del cadavere: nel campo a Reggello era in uno stato di mummificazione e non decomposto «come avrebbe dovuto essere dopo esser stato all’aperto per quasi un mese». Come se fosse morto in un luogo e poi portato in un secondo tempo vicino all’elettrodotto dove poi venne ritrovato il cadavere.
«Di sicuro mio padre di sentiva minacciato - conclude Simona Mannucci - Ma forse - leggendo anche la sua lettera - aveva un po’ sottovalutato ciò che gli stava accadendo. Ne parlava come un qualcosa di ipotetico, di non imminente. E invece non era così. E da allora viviamo costantemente con la sensazione che si sia trovato in mezzo a qualcosa di troppo grande».
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