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A 27 anni sul fronte ucraino e ad Haiti

A 27 anni sul fronte ucraino e ad Haiti

Il fotografo fucecchiese Alfredo Bosco racconta come ha lavorato in luoghi ad alto rischio

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FUCECCHIO. A 23 anni era ad Haiti, munito solo di una macchina fotografica, in una terra già disgraziata e appena devastata da un terribile terremoto. E a 27 era in Ucraina, in quella regione chiamata Donbass e appena auto-separatesi dalla madrepatria, a seguire i separatisti russi nella loro battaglia contro le truppe ucraine. Alfredo Bosco è nato a San Miniato nel 1987, ha frequentato il liceo scientifico di Fucecchio e oggi vive a Milano, salvo quando si reca all'estero per le sue "missioni" da fotoreporter.

Ha vinto vari premi ed è considerato uno dei più promettenti a livello europeo. Un traguardo ragguardevole, se si pensa che Bosco è approdato alla fotografia quasi per caso: «Mio fratello viveva già a Milano, così io l'ho raggiunto per frequentare una scuola di fotografia. Non pensavo, almeno non allora, di finire a documentare una guerra civile: credevo che sarei diventato un fotografo che lavora in studio, non uno che riesce a destreggiarsi in situazioni non facili senza farsi sopraffare dal contesto». Il battesimo del fuoco è stato proprio nel 2010, quando il giovane arriva ad Haiti, pochi giorni dopo il devastante terremoto che farà 220.000 vittime, in una nazione già di per sé poverissima. Un banco d’esame estremamente complicato: «Non è stato facile, camminavi per le strade e percepivi chiaramente l'odore della morte; la nausea ti accompagnava ad ogni ora, tra pericoli, confusione, persone impazzite ed epidemie. Lì ho capito di essere al mio posto, perché riuscivo meglio di altri a non soffrire il contesto, a riuscire a scattare foto nonostante attorno a me ci fosse il finimondo».

Le sue foto da Haiti sono in bianco e nero, con tratti forti: si vedono corpi in decomposizione lasciati all'aria aperta, donne ferite in ospedale, persone in attesa di un aiuto che non arriverà. Poi l'inizio di un rapporto col mondo russo, prima seguendo gli attivisti gay e dopo la guerra civile nel Donbass, dove a uccidersi sono popoli fratelli: «Una guerra di artiglieria - continua Bosco - e di posizione. Ero coi separatisti filorussi, anche quando combattevano: un conflitto durissimo, combattuto fino all'ultimo uomo. La mia unica "arma" era la macchina fotografica ma in molti casi scattare diventava impossibile: potevi solo ripararti e fare attenzione, senza essere d'intralcio ai militari». Nella follia di un conflitto del genere la società muta, le persone si adattano per sopravvivere, cercano di condurre un'esistenza quanto più possibile simile alla precedente, sebbene siano circondati da incessante propaganda: «Capitava anche di vedere persone - continua a raccontare Bosco - andare a fare jogging. Magari non accadeva niente per un po', poi si sentiva il sibilo di un missile o di un razzo e qualcuno moriva».(m.s.)

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