Sicurezza
C’è un’altra villa in saldo per finanziare la «città»
Oltre a Cerbaiola anche la Fucini verrà ceduta in modo da permettere la costruzione della nuova area per disabili contestata dalle associazioni
EMPOLI. Sulle cifre abbiamo già le indicazioni esatte. Così come sul meccanismo che deve regolare la cessione, o meglio il baratto, di due immobili comunali (e non solo la villa di Cerbaiola) per costruire la “città di disabili”. Molto più labili, invece, le indicazioni su quest’ultimo punto, quello della mega struttura dove accogliere circa settanta disabili, al Terrafino. L'idea, come emerge da una delibera che verrà discussa in consiglio comunale oggi, è questa: l’amministrazione comunale vuol vendere la villa di Cerbaiola, dove ora c’è una struttura per disabili, per due milioni e 300mila euro. Verrebbe ceduta anche la villa Fucini, in via XI Febbraio, dove c’è un centro notturno sempre per disabili, per poco meno di un milione. In più il Comune cede anche un finanziamento da 500mila euro della Regione per un totale di quasi 4 milioni. A chi andranno tutti questi soldi? A quella azienda che si impegnerà a costruire il nuovo centro per disabili su un terreno donato dalla famiglia Artini a Terrafino.
Un’operazione quella del maxi centro , decisa in conferenza dei sindaci, che non piace affatto a molte delle associazioni dei disabili così come alle opposizioni. Anche perché è già stato avviato il procedimento per variare la destinazione urbanistica dei due immobili, ora strutture sanitarie. «Al momento non sappiamo quale sarà la destinazione futura - spiegano le opposizioni - se fosse di tipo residenziale i valori dei due immobili non sarebbero quelli indicati nella delibera, sicuramente più elevati». Un altro punto su cui le opposizioni avanzano dubbi è relativo al fatto che in questo modo, con il baratto tra azienda e amministrazione comunale, si potrebbe scegliere solo tra costruttori. «E chi ci assicurerebbe in questo modo il massimo risparmio e il massimo beneficio?» Tutte perplessità che fanno di questo “baratto” un’operazione discutibile”.«Perché non è stato fatto un percorso di partecipazione?», si chiede ancora Damasco Morelli, capogruppo di “Ora si cambia?”.Senza contare poi le perplessità sul modello scelto, quello di concentrare le disabilità un unico luogo contrario al lavoro fatto per decenni in questo territorio che è stato incentrato sulle piccole comunità. Critica rispetto al progetto anche la presidente della cooperativa Sinergic@, Eluisa Lo Presti: « Il “polo per la disabilità" ci disorienta. La nostra cooperativa è impegnata nell'inserimento lavorativo di persone con problematiche psichiatriche, disabilità intellettiva, autismo. Stiamo costruendo una piccola azienda in cui i ragazzi con autismo stanno imparando a lavorare nell'agricoltura e a vivere in un gruppo, ad affrontare la società fuori dal guscio di protezione della famiglia o del centro diurno.Una piccola azienda è un gruppo di persone in cui nascono amicizie, affetti, relazioni, scambio di umanità, reciprocità e momenti di ricreazione, in cui le diversità convivono trovando il proprio spazio, in cui ciascuno trova il proprio ruolo . Strano è soltanto ciò che non conosciamo e ci fa paura e separare da noi queste stranezze non aiuterà i nostri figli ad essere più forti, ad essere accoglienti con le persone in difficoltà, ma nemmeno a saper accettare i propri difetti e difficoltà. Queste saranno le conseguenze, se i ragazzi e le persone con disabilità saranno rinchiusi in un luogo lontano dalla città, dal paese, senza possibilità di interazione con i coetanei, con la comunità.
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