Gioco
Scampata alla strage dell’Italicus, ora incontra la figlia del suo salvatore
La superstite di Empoli: «Voglio mettere un fiore sulla tomba del macchinista che ci portò fuori da quella galleria maledetta»
EMPOLI. Due donne, che non si sono mai viste, una davanti all'altra, per ricordare un momento struggente della loro esistenza: da una parte Daniela Mancini, preside del Ferraris - Brunelleschi e figlia di Giovanni Mancini, il macchinista eroe che il 4 agosto 1974 salvò decine di persone sul maledetto treno Italicus, evitando di tirare il freno di emergenza subito dopo l'esplosione. Dall'altra Simonetta De Rocco, che quel giorno era su quel treno, poche carrozze dietro quella che saltò in aria. Simonetta ha voluto conoscere Daniela, figlia di quell'uomo (venuto a mancare nel 2003) che le salvò la vita: protagoniste in maniera diversa di una vicenda che scosse l'Italia di quei giorni, sebbene ad oggi la giustizia non abbia trovato un colpevole. Una strage dimenticata, ripetono assieme. Si sono incontrate nella redazione del Tirreno e dopo qualche parola di circostanza l'emozione ha preso il sopravvento: iniziano col darsi del lei, escono abbracciandosi e scambiandosi i numeri di telefono.
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Ma proviamo a ripercorrere le loro storie intrecciate: Giovanni Mancini era uno dei macchinisti del treno Italicus, insieme al collega Silver Sirotti che morì cercando di spegnere le fiamme. Il treno quel giorno partì con qualche minuto di ritardo e destino ha voluto che proprio questo abbia fatto la differenza: il convoglio - in base al piano degli attentatori - sarebbe dovuto esplodere in mezzo alla galleria appenninica prima della stazione di San Benedetto Val di Sambro, così da causare una carneficina vera e propria. I morti, invece, furono dodici, carbonizzati e fatti a pezzi dall'esplosivo: le vittime sarebbero state molte di più, se Mancini avesse tirato il freno d'emergenza. Una manovra che ha salvato la vita di Simonetta De Rocco e di tutta la sua famiglia, in viaggio per le vacanze a Villa di Zoldo (vicino Belluno), il paese della Famiglia De Rocco. Erano l'una di notte quando la bomba esplose: «Pensammo ad un guasto all'impianto elettrico della galleria, non certo ad un attentato: quando ci accorgemmo che il treno bruciava il nostro unico pensiero fu per nostro padre, che fumando si era diretto verso un altro vagone. Sul momento pensammo che fosse nella carrozza saltata in aria ma per fortuna lo vedemmo ricomparire: era andato ad aiutare i feriti, perchè ci trovavamo in mezzo alle montagne; ci siamo abbracciati per farci coraggio».
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Poco più in là, ad ascoltare Simonetta, c'è la figlia del macchinista, Daniela: «Mio padre ebbe il sangue freddo di far uscire il treno dalla galleria, per fermarlo subito dopo. Trovò pezzi di cadavere, in mezzo a quell'odore nauseabondo di carne bruciata: un trauma doppio, per lui che era sopravvissuto ai campi di lavoro nazisti e che quell'odore di morte lo conosceva fin troppo bene. Non si è più ripreso, il peso di quelle due vicende lo ha frastornato: pensava di aver già pagato il suo "debito" col destino finendo nei lager ma non andò così». Simonetta De Rocco ha perso la cognizione temporale di quegli attimi, dopo quarantuno anni non ricorda quanto tempo abbia impiegato ad uscire dalla galleria: «Furono momenti tremendi: dopo aver capito che era sopravvissuta tutta la famiglia il nostro unico pensiero andò ai nostri fratelli, che non sapevano niente del nostro destino. Fu devastante sapere che loro potevano pensarci morti, che si stessero struggendo nel dolore mentre noi non potevamo avvertirli. Ci riuscii soltanto il giorno dopo da una cabina telefonica alla stazione di Padova». Minuti in cui le vite di Giovanni Mancini e Simonetta De Rocco s'incrociarono inconsapevolmente: «Lui non frenò - racconta Simonetta - mentre noi tentammo di farlo, perchè da passeggeri non pensavamo ad un attentato terroristico: se sono qui è grazie a Giovanni Mancini e a tutte le persone che ci hanno aiutato».
Da qui in poi l'emozione prende il sopravvento:«Porterò un fiore sulla tomba di Giovanni Mancini - continua la superstite De Rocco - per ringraziarlo. Mentre lo penserò vedrò le fiamme che illuminano la notte e sentirò il rumore assordante delle ruote del treno che strisciano sulle rotaie: il rumore della vita!». Per quell'attentato fu processato anche Mario Tuti, il terrorista nero antieroe di questa storia, anche lui empolese come l'eroe vero e proprio, il macchinista Giovanni Mancini. La strage ad oggi non ha un colpevole, come molte altre vicende torbide nell'Italia della strategia della tensione. Però ha unito due persone che mai si erano viste. E non è poco.
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