Finanza
Lo sconto c’è ma non si afferra
Su 500 imprese l’agevolazione sulla Tari è stata richiesta solo da pochissime, parte l’appello della Cna
EMPOLI. Sarà che la comunicazione non è stata sufficiente, sarà che la scollatura tra enti pubblici e semplici cittadini o esercenti è sempre più profonda, sarà che la burocrazia spesso spaventa, mettiamo pure che la disciplina sia complicata. A rincorrere le spiegazioni spesso ci si perde. Il dato di fatto è che, a fronte dello sgravio sulla Tari disponibile per circa 500 di attività nel circondario, a sette mesi di distanza solo pochissime hanno compilato la domanda. A lanciare l’allarme è la Cna di zona, che suona la campana dell’ultimo giro per spingere tutti coloro che ne hanno diritto ad usufruire dello sconto sulle tasse. Si tratta di panifici, pasticcerie, gelaterie, pizzerie a taglio. Centinaia di attività nell’Empolese Valdelsa che avrebbero la possibilità di risparmiare fino al 60% sulla bolletta dei rifiuti, ma che ancora non si sono mosse.
Nel febbraio scorso un accordo tra Cna, Publiambiente e Unione dei Comuni portò in dote a questi esercizi un dono inaspettato. La possibilità, previa richiesta a Publiambiente, di passare da categorie che prevedono una spesa a metro quadro che oscilla tra i 12 e i 18 euro ad altre che invece superano di poco i 3 euro. «L’accordo venne presentato nel febbraio scorso - spiega Marco Landi, presidente area Empolese Valdelsa di Cna, coadiuvato da Elena Bardi e Alba di Marino – ma ad oggi le domande presentate sono state davvero poche, pochissime. C’è tempo fino alla fine dell’anno e quindi sarebbe il caso che chi rientra nei requisiti contatti noi oppure si rivolga direttamente a Publiambiente. Non riusciamo a spiegarci il perché di questa situazione, anche perché la Tari è una delle tasse che pesa di più sui bilanci delle aziende». Basta fare due calcoli per rendersi conto di quanto la tassa sui rifiuti incida su queste attività. Per un locale di 100 metri quadrati si oscilla tra i 1.200 e i 1.800 euro e i costi salgono all’aumentare della superficie. Fu la stessa Cna di zona a promuovere uno studio che riguardava i settori alimentari artigianali, cioè tutte quegli esercizi che vendono ciò che producono. Inizialmente erano stati catalogati tutti come attività commerciali semplici e inseriti nelle categorie 24 e 25. Poi arrivò il protocollo che aprì le porte allo sgravio. Per potervi accedere (rientrando in questo modo nelle categorie 20 o 21) le attività devono dimostrare che la superficie dedita alla produzione e al magazzino siano prevalenti rispetto a quelle dedicate alla vendita. Chi, invece, ha la superficie preposta alla produzione e magazzino inferiore alla parte di vendita potrà rientrare nelle categorie più vantaggiose nel caso in cui venda prodotti del proprio ciclo produttivo. Prendendo l’esempio di un panificio, se il locale dove viene prodotto il pane e il magazzino sono complessivamente più piccoli della parte aperta al pubblico, il panificio può usufruire del cambio di categoria solo se vende prodotti di produzione propria. In ogni caso le singole posizioni possono essere negoziate con Publiambiente che è previsto che proceda anche a delle verifiche. «Spesso non si conoscono a fondo gli strumenti a disposizione – proseguono da Cna – o non si trovano i referenti adatti. Ma occasioni del genere vanno sfruttate perché possono arrivare ad essere decisive per la vita di un’azienda».
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