Il Tirreno

Empoli

L'esperto - Quando il cuore va in tilt

Gian Ugo Berti

Sul piano clinico, le ipotesi più attendibili sono due: la displasia aritmogena del ventricolo destro e la cardiomiopatia ipertrofica

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Può colpire un giovane atleta ben allenato durante uno sforzo fisico, puo’ colpirlo anche in assoluto riposo, puo’ colpire un giovane che pratichi attività fisica pur a livello amatoriale. Alla fine, è il ritmo del cuore ad andare in corto circuito. La morte improvvisa non sempre risulta comunque prevedibile e prevenibile e neppure spiegabile, anche dopo l’autopsia.

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Sul piano clinico, le ipotesi più attendibili sono due: la displasia aritmogena del ventricolo destro e la cardiomiopatia ipertrofica. La prima è legata alla sostituzione estesa delle fibre muscolari del cuore, a livello soprattutto di questa cavità, con tessuto adiposo, cioè grasso. Si tratta di una condizione su base ereditaria che, anche in apparente stato di benessere, puo’ dar luogo ad un grave disturbo del ritmo. Il tessuto grasso non è infatti in grado di condurre lo stimolo elettrico destinato alla contrazione della pompa a differenza di quanto avviene per il tessuto muscolare. La seconda, sempre basata su predisposizione ereditaria, è rappresentata invece da un ispessimento delle pareti cardiache, senza una causa evidente, situazione che comunque puo’ provocare una condizione d’ insufficienza cardiaca proprio per il maggior carico di lavoro contrattile cui viene sottoposto il cuore. La displasia, non è facile ad evidenziarsi attraverso l’esecuzione degli esami diagnostici specialistici. La risonanza nucleare magnetica potrebbe avere un ruolo, ma è indicata solo su precisi sospetti clinici. Per l’ipertrofia, invece, un’identificazione vede l’esame principale nell’ecocardiogramma ovvero l’impego degli ultrasuoni, anche sulla scorta di alterazioni nel tracciato elettrocardiografico.

* il dottor Gian Ugo Berti è collaboratore medico del nostro giornale

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