Il Tirreno

Empoli

Sentenza-beffa dopo 13 anni per il cantiere infinito in centro

di Francesco Turchi
Sentenza-beffa dopo 13 anni per il cantiere infinito in centro

Riconosciuto al Comune un “credito” di 264.000 euro ma la ditta che l’aveva portato in tribunale è fallita Spesi dall’ente oltre 200.000 euro per avvocati e consulenti. E soltanto un terzo sarà rimborsato

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EMPOLI. Ci sono voluti 4.659 giorni, montagne di faldoni, centinaia di migliaia di euro di spese. Migliaia di ore di lavoro, decine di riunioni, un numero imprecisato di udienze con tre giudici diversi. Una vicenda emblematica di un Paese-lumaca. Che si conclude senza vincitori. Perché nel frattempo la ditta è fallita (nel 2012) e il Comune - dal canto suo - difficilmente recupererà tutti i soldi spesi in consulenze e avvocati, per non parlare del danno subito per un cantiere infinito. È il bilancio del contenzioso tra Comune di Empoli e Cavani Co.Mo.Ter di Lucca per i lavori nel centro storico dei primi anni Duemila.

Cattivi presagi. Il cantiere non nasce sotto una buona stella. Nel settembre 1997 viene scelto l’elaborato vincitore del concorso di idee per l’arredo urbano. Ma un gruppo di progettisti non ci sta e si rivolge al Tar, che respinge il ricorso nel giugno 1998. I lavori scattano finalmente il 26 luglio 1999. Il caso esplode nell’aprile 2000 quando - tanto per dare l’idea - l’attuale sindaco Brenda Barnini si preparava per l’esame di maturità. La Cavani chiede 1,3 miliardi di lire (ma la cifra salirà vertiginosamente) in più rispetto a quanto previsto per l’appalto (2,8 miliardi) relativo alla pavimentazione e illuminazione delle vie del giro, comprese via Paladini, piazza della Vittoria e piazza Farinata degli Uberti: la ditta sostiene di aver trovato situazioni impreviste nel sottosuolo cittadino che hanno fatto lievitare i costi. L’amministrazione comunale guidata da Vittorio Bugli mette sul piatto 245 milioni di lire. Scoppia la lite, si arriva alla rottura e i lavori si fermano. La prima udienza in tribunale viene fissata per il 20 ottobre 2002. Nel frattempo il cantiere riparte con un’altra ditta. La Cavani pretende 5 miliardi di vecchie lire, mentre il Comune sostiene di aver saldato già saldato l’intero conto e vuole il risarcimento per i ritardi.

Conto salato. Il 18 giugno 2002 l’amministrazione comunale affida l’incarico legale agli avvocati Salimbeni e Sirgiovanni di Firenze (1.500 euro ciascuno). Che riceveranno altri duemila euro ciascuno dopo pochi mesi e altri seimila a testa l’anno successivo. La causa va avanti, da un anno all’altro. Nel 2011 la giunta-Cappelli versa 43.000 euro e spiccioli allo studio associato dei due legali. Nel frattempo però c’è da fare i conti anche con le spese per le consulenze: quasi 45.000 euro per un tecnico di parte (l’ingegnere Sandro Chiostrini) e circa 40.000 euro per l’ingegnere Franco Angotti, perito nominato dal tribunale di Firenze. Il conto complessivo - tra avvocati e consulenti - sfonda la soglia dei 200.000 euro con il saldo (51.000 euro) richiesto dallo studio legale Salimbeni e Pozzolini subito dopo la sentenza.

Il giudice. Dopo tredici anni di battaglia legale è arrivata la sentenza, che tuttavia non scrive la parola “fine” alla vicenda, che potrebbe avere ulteriori strascichi. Ricapitolando, la Cavani chiedeva 3,6 milioni di euro (più le spese) sulla base di 124 riserve (contestazioni). Il Comune dal canto suo pretendeva il risarcimento di 1,3 milioni per l’eliminazione dei difetti nei lavori e altri 467.000 euro per i ritardi. Cifre considerato decisamente esagerate dal perito. Secondo il quale in realtà alla Cavani dovrebbero andare novantaquattromilamila euro e spiccioli e al Comune 358.000 euro.

La beffa. Dunque l’ente avrebbe un credito di 264.000 euro. Ma l’ente per avere - eventualmente - questi soldi - dovrà “mettersi in fila” insieme agli altri creditori e bussare alla porta della curatela, che invece dovrà sicuramente pagare 73.000 euro di spese legali e di consulenza al Comune. Che in realtà in tutti questi anni ne ha sborsati oltre duecentomila. Soldi degli empolesi, che in tutta questa storia ci hanno rimesso due volte: sia sul piano economico, sia in termini di disagi, subiti per anni, in uno Stato dove tra la prima udienza in tribunale e la sentenza possono passare tredici anni. E dove ogni cantiere può diventare un incubo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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