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In nove anni bruciati circa duecento posti

VINCI. Raccontavano alcuni dipendenti che un tempo entrare all’Allegri era meglio di essere assunti alle Poste. Voleva dire avere una garanzia, mettere un’ipoteca sul futuro. Augusto Allegri, che...

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VINCI. Raccontavano alcuni dipendenti che un tempo entrare all’Allegri era meglio di essere assunti alle Poste. Voleva dire avere una garanzia, mettere un’ipoteca sul futuro. Augusto Allegri, che fondò l’azienda negli anni ’60, era stato ribattezzato “re del trench”. Il suo marchio aveva conquistato il mondo dell’abbigliamento in pochi anni. Centinaia di dipendenti, migliaia di posti nell’indotto. Erano arrivate le collaborazioni con firme importantissime della moda. Nel 2006 i dipendenti erano ancora 202. L’anno prima Augusto era morto, lasciando il timone alla sorella Dianora e al cugino Pietro. All’epoca la Dismi 92, società proprietaria del marchio Allegri, aveva un capitale di 2,6 milioni di euro e fatturava qualcosa come 55 milioni di euro. Poi la crisi si era affacciata sul palcoscenico.

In pochi anni i lavoratori erano dimezzati. Nel 2008 però il fondo Orlando Italy rilevò il 40% della proprietà, infondendo nuova speranza. Ma i sogni durarono poco. Nel 2011 non solo lo stabilimento di Vinci, ma anche le sedi decentrate di Firenze e Milano sembravano avere un destino segnato. Poi a fine anno un nuovo colpo di coda. La Polaris, controllata dalla coreana Lg Fashion Corporation, rilevò il 60% delle quote rimaste alla Dismi 92. L’orizzonte sembrava essere tornato roseo e la cassa aperta da poco solo l’ultimo dei sacrifici. I coreani avevano annunciato la reinternalizzazione in Toscana del 70% della produzione e dichiaravano di voler puntare sul “made in Vinci”. Ma all’inizio del 2013 una nuova procedura di cassa in deroga si era conclusa con la mobilità per 23 dipendenti. Poi ancora cassa nel novembre 2014. A febbraio di quest’anno l’annuncio dell’azienda di voler licenziare 50 dipendenti. Ma le cose sono andate ancora peggio.

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