Il Tirreno

Empoli

Colpa del Jobs act se Allegri chiude

di Marco Pagli

Ecco la pesante accusa del sindacato che spiega: «La Polaris mette in mobilità a Vinci e riassume a Milano»

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di Marco Pagli

VINCI

«Senza il Jobs act non si sarebbe arrivati ad una chiusura di questo tipo». Il sindacato – le parole sono del segretario della Camera del lavoro, Rossano Rossi – tuona. Il fulmine era già arrivato qualche giorno fa. La Polaris, proprietaria di maggioranza del marchio Allegri, venerdì scorso non si sedeva neanche al tavolo dell’unità di crisi della Città metropolitana e annunciava la chiusura dello stabilimento di Vinci. Dopo mesi di incontri e trattative, il futuro di 61 persone veniva sancito nel giro di qualche minuto con poche, semplici frasi. Tutti a casa e arrivederci. E il lavoro - non tanto la produzione già da anni affidata a ditte esterne, ma almeno campionatura, controllo qualità e soprattutto commerciale – che fine farà? La formula utilizzata dall’azienda è stata: «Abbiamo un partner industriale fuori Regione». Che tradotto significa che tutto verrà trasferito a Milano, dove la Polaris ha la propria sede legale.

In Lombardia già da mesi stanno assumendo personale e altri posti arriveranno nei prossimi. «Un po’ di tempo fa ci si sarebbe chiesti il senso di questo atteggiamento – attacca ancora Rossi – perché si licenzi da una parte, dove tra l’altro ci sono professionalità e indotto, per riassumere da un’altra parte. E soprattutto dopo che la proprietà coreana aveva investito molte risorse nell’acquisizione. Tuttavia, in questo momento sinceramente mi stupisco che ci si stupisca. Il ragionamento è chiaro ed è legato a doppio filo alla riforma del lavoro che è stata adottata dal governo Renzi. Si licenziano lavoratori con una storia contrattuale importante per riassumere apprendisti con un contratto a tutele crescenti, con tanto di sgravi fiscali e minori tutele a cui badare». Semplice, pulito, economico. Se non fosse per quegli “effetti collaterali” che vengono lasciati sulla strada. Lavoratori, che fuori dall’orario di servizio sono mogli, mariti, genitori, nonni in alcuni casi. Ben pochi, tra quei 61, potranno arrivare alla pensione con la mobilità, che per la cronaca con la riforma degli ammortizzatori sociali passa da una copertura massima di tre anni ad una di due anni. Degli altri, alcuni hanno trovato una nuova collocazione, ma sempre con contratti a tempo determinato e in ogni caso legati agli sgravi dovuti alla loro condizione di cassintegrati. Come Marzia Ceramella, per 20 anni dipendente Allegri. «E’ un contratto a termine – racconta – e tra l’altro il lavoro è diverso da quello svolto finora. Tutta la mia esperienza in realtà non sarebbe richiesta e mi chiedo fino a quando durerà». Ma non tutti hanno trovato un nuovo impiego. Tra di loro il sentimento diffuso è la rassegnazione. «Ho 59 anni, con la mobilità non arrivo all’età per la pensione – dice Marco Terenziani – e non so cosa succederà. Sinceramente la speranza che ci potesse essere una svolta era ormai tramontata. L’azienda ha fatto di tutto perché lo stabilimento non avesse un futuro». Le parole di Alessandro Alderotti, 36 anni in Allegri e anche lui senza possibilità di “scivolare” verso la pensione, dicono tutto. «Ho trascorso una vita in questa azienda e adesso è tutto finito. Non so come possa essere successo, ma è successo». La loro voce fa da contraltare a silenzi pesanti. «Siamo increduli – affermano i delegati Silvia Mozzorecchi della Filctem Cgil e Michele Cataneo della Uiltec Uil – la famiglia (ormai fuori dalla proprietà dell’azienda, ndc), che porta il nome del marchio, non si è mai fatta viva. Ci saremmo aspettati che battesse non un colpo, ma due». E poi la politica. «L’ex sindaco di Vinci (Dario Parrini, ndc) ora è parlamentare – continua Cataneo – ma in questa vicenda il suo sostegno è mancato».

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