Il Tirreno

Empoli

«Quei mille sguardi di dolore e speranza arrivati dal mare»

Il volontario empolese osserva l’arrivo di un barcone carico di migranti
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Il volontario empolese osserva l’arrivo di un barcone carico di migranti

Marco Mainardi racconta la sua esperienza a Lampedusa come volontario della Misericordia di Empoli: "La fatica è tanta, ma quello che ho vissuto lì ripaga ogni sacrificio. Certe volte il pensiero va a Mafia Capitale e a chi ha lucrato su questa povera gente"

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EMPOLI. A Lampedusa per aiutare. A Lampedusa per capire. Lampedusa per un volontario alla prima esperienza del genere è un boccone grosso da digerire. Lì la sofferenza si tocca con le mani, ci si convive, ci si dorme insieme. Marco Mainardi, empolese doc, è appena tornato pochi giorni fa da una delle settimane più intense della sua vita. La sua normalità è fatta di altro: è un giornalista, dirige il Bullettino storico empolese, collabora con varie testate ed è direttore sportivo della società di basket – anch’essa rigorosamente empolese –

A Lampedusa è andato come volontario della Misericordia cittadina. «E’ stata un’esperienza faticosa – racconta con la mente ancora a quei momenti – in questi giorni ho visto il dramma vero delle persone. Su quelle coste sbarca un’umanità eterogenea. Gente in fuga dalla guerra e dalla miseria. Ho visto intere famiglie, bambini piccoli, donne incinte al nono mese di gravidanza. Sono cose che ti toccano e che ti fanno riflettere molto». I riflettori su Lampedusa, dopo l’avvio della missione Triton, sembrano essersi spenti. C’è chi addirittura parla di un’isola tornata alla normalità del turismo nordeuropeo. Locali pieni di banchieri milanesi e di funzionari romani. Spiagge da incanto e bella vita. Ma chi ci è stato racconta altro. «Io sono rimasto là, insieme a confratelli provenienti da altre parti d’Italia, per sette giorni – continua Mainardi – ho assistito a sei sbarchi, fornendo il mio contributo. Appena arrivato, lunedì notte, c’è stato subito il primo. Tra quelle decine di persone c’era un bambino di un mese di vita. Poi martedì ancora due, il primo alle 8 della mattina, l’altro a mezzanotte. Nel primo è sbarcata una donna all’ultimo mese di gravidanza. Gli arrivi sono continuati fino a giovedì scorso. Quando sono ripartito, domenica, la guardia costiera aveva avvertito che era in arrivo l’ottavo sbarco della settimana. In tutto, sono approdate sull’isola circa un migliaio di persone in questi sette giorni, ogni volta più di un centinaio».

I disperati partono tutti dai porti della Libia, ma in massima parte si tratta di profughi provenienti da altre nazioni. C’è chi arriva dalla Siria e dal Medio Oriente, i più dall’Africa centrale: Nigeria, Congo, Gambia. Prima di salire su una delle carrette del mare devono affrontare un viaggio durissimo, estenuante. Attraversano deserti e altopiani, oltrepassano confini e frontiere. E lo fanno in condizioni disperate.

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Il gancio più duro, di quelli che rischiano di farti finire al tappeto, Marco Mainardi lo ha ricevuto da un quindicenne dalla pelle nerissima. «Lo avevamo trasportato dal centro di accoglienza del luogo al poliambulatorio, dove vengono trattati i casi più gravi – prosegue – tra i nostri compiti c’era anche questo. Per lui sospettavano un’epatite. Dopo le analisi, siamo rimasti a parlare per un po’ e mi ha raccontato la sua storia. Nigeriano, orfano di padre e madre, aveva intrapreso il viaggio della speranza insieme a suo fratello più piccolo, di appena 11 anni. Stavano cercando di raggiungere la Libia, da dove si dovevano imbarcare per l’Italia. Ma durante la carovana, il fratellino non ce l’ha fatta: è morto di sete. Lui non sapeva cosa fare, ma poi ha proseguito ed è arrivato a Lampedusa».

Mentre attendono di partire, nei porti dell’ex colonia italiana, i migranti rischiano, ogni giorno. Sotto il tiro della criminalità e delle malattie. «Mentre ero là, abbiamo trasportato al poliambulatorio due giovani a cui avevano sparato in Libia. Uno era grave, l’altro aveva ancora le pallottole nelle gambe. Altri due sono stati prelevati da una motovedetta norvegese e portati a Lampedusa: uno aveva la tubercolosi, l’altro la scabbia».
Nel porto della piccola isola siciliana non arrivano i barconi, non più. Guardia costiera e guardia di finanza li vanno a riscontrare in mare e fanno salire il carico umano sulle vedette. Due medici controllano subito lo stato di salute dei profughi.

Quando sbarcano trovano ad aspettarli medici e paramedici dell’Asl di Palermo, i volontari di Emergency e quelli di associazioni come la Misericordia, polizia e carabinieri. Vengono trasportati nel centro di accoglienza vicino. Gli operatori delle associazioni pensano a fornire i pasti, dare l’assistenza sanitaria e legale. Organizzazioni umanitarie come Save the children e Unhcr si occupano della mediazione linguistica e culturale. Lì sostano alcuni giorni. Ogni mattina 200-300 vengono portati a Porto Empedocle, poi da qui verso nord. Il lavoro è grande, serve coordinamento, organizzazione. «Tutto questo lavoro deve essere un motivo di orgoglio per l’Italia – afferma – lì si agisce in prima linea, si salvano le vite. A volte, di fronte agli sbarchi e ascoltando le storie dei profughi, viene da pensare agli scandali, a chi come con Mafia Capitale per anni ha lucrato sulla pelle di questi disperati. Ma l’impegno quotidiano di volontari e operatori a Lampedusa è un esempio che non può essere offuscato. La fatica è tanta, ma l’esperienza che si vive ripaga ogni sacrificio».

La Confederazione nazionale delle Misericordie ha un presidio a Lampedusa e sta cercando di aprire una sede locale. A capo del progetto c’è un empolese, Alessandro Mammoli, 28enne che vanta già una grande esperienza nel campo della protezione civile sempre all’interno della Misericordia. Numerose le operazioni a cui ha partecipato, anche a livello internazionale. Al momento svolge il suo lavoro come operatore fisso a Lampedusa e si occupa anche dell’organizzazione dei volontari dell’associazione che ogni settimana arrivano nell’isola siciliana – dove la Misericordia dispone di un alloggio dove ospitarli - per dare il loro contributo. Assistenza agli sbarchi, trasporto di feriti e malati con un pulmino ed una ambulanza al poliambulatorio, servizio nel centro di accoglienza. Queste sono le principali mansioni che i volontari si trovano a svolgere nel loro periodo di permanenza. Nelle ultime settimane, oltre a Marco Mainardi, si sono recati a Lampedusa altri due empolesi attraverso la Confraternita. Si tratta di Jacopo Varvaro e Marco Pinarelli.

 

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