Sicurezza
I MIEI 50 ANNI DA CRONISTA IN QUESTA TERRA
di Luciano Gianfranceschi U. n bel giorno, anzi una bella sera, verso la fine di luglio 1965 mi presentai al Telegrafo, a Livorno, perché allora il giornale si faceva di notte, non in digitale, ma...
di Luciano Gianfranceschi
U. n bel giorno, anzi una bella sera, verso la fine di luglio 1965 mi presentai al Telegrafo, a Livorno, perché allora il giornale si faceva di notte, non in digitale, ma con il piombo. L'orario mi era stato suggerito da Giuseppe Rocchi, segretario di redazione. Mi chiesero - Sergio Bindi più severo, Roberto Nappi più disponibile - se avevo l'auto per spostarmi, e il numero di telefono. Cose che ora abbiamo tutti. Quando mi fecero capire che mi avrebbero messo alla prova, mostrai un pezzo che avevo già preparato, battuto a macchina, sul nuovo aeroporto di Firenze, che ancòra non esisteva, e che aveva tra le candidature anche le colline fucecchiesi. «Così si fa - dissero - ci faremo sùbito un'idea».
Due giorni dopo, quando credevo che l'avessero cestinato, venne pubblicato. Ma comunque non ero stato a guardare, mi avevano detto di contattare il corrispondente, Vinicio Maffei, il quale mi dotò di fuori sacco, lettere che viaggiavano col postale del treno, da spedire tramite la posta, uno la mattina, e l'altro la sera (quest'ultimo andava da Santa Croce verso Empoli, dove cambiava, e raggiungeva la stazione di Livorno). Un fattorino lo portava poi in redazione. Mentre per telefonare bisognava chiamare il centralino telefonico e chiedere la R (rovesciata) una chiamata in partenza da Livorno, e dunque a carico del giornale.
Ma in settembre, essendo "rivedibile" al servizio militare, fui arruolato. Tornai, congedato in anticipo, con l'alluvione del 1966 che allagò Ponte a Cappiano, e a Santa Croce mise in pericolo anche le strutture del lungarno Tripoli. Per il servizio fuori pagina venne Livio Liuzzi, che poi diventerà direttore. Guadagnai la prima pagina de "Il Telegrafo" con il titolo "Vede con gli occhi di una donna morta", esito favorevole di una donazione a San Pierino e di trapianto a Firenze, con gran buco alla concorrenza, che cercò d'ingaggiarmi, paventando la chiusura del giornale. Ma quando dovevo firmare l'impegno, mia moglie Luciana disse con acume femminile: "Chi sta bene non si muove". Il mio primo tesserino di collaboratore porta la firma del direttore Libero Montesi. Un altro punto d'appoggio fu la Cuoiopelli, in serie D. Ma anche il ciclismo. Successivamente, per Il Tirreno ho scritto il libro "Salute e bellezza con le erbe", poi pubblicato anche da altre testate del gruppo. E ho raccontato a fascicoli La storia dell'Empoli calcio. Ora sono in pensione, ma continuo a collaborare…
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