Il Tirreno

Empoli

Condannati i vertici del Consorzio

di Nilo di Modica
Condannati i vertici del Consorzio

Sversamenti nell’Usciana, ci fu sforamento colpevole dei limiti: tre anni per il presidente Banti e il direttore Brotini

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FUCECCHIO. Ci fu sforamento colpevole dei limiti di legge per gli sversamenti in Usciana, con una responsabilità conclamata dei due imputati e dell'ente che rappresentavano.

Questo è quanto emerge dalla sentenza emanata ieri mattina all'ultima udienza del processo "Acque Sporche". Il Consorzio Conciatori di Fucecchio sarà chiamato a pagare oltre 3 milioni di euro per l'illecito, da recuperare dal maxi sequestro di 18 milioni di euro delle sue proprietà già disposto all'inizio del processo. Un colpo durissimo che si accompagna al riconoscimento della responsabilità penale per i due imputati Massimo Banti e Claudio Brotini, entrambi condannati a 3 anni di reclusione, a pagare le spese processuali e, con il Consorzio, a pare 20mila euro al Comune di Fucecchio, 6mila al Ministero dell'Ambiente e 5mila euro per ciascuna delle parti civili in causa, vale a dire, insieme sempre al Comune di Fucecchio e al Ministero, anche le associazioni Legambiente e Italia Nostra.

Tutte inferte le pene accessorie: interdizione per entrambi dai pubblici uffici per 5 anni, interdizione da cariche direttive e da ogni attività di contrattazione con pubbliche amministrazioni per 3 anni. Non va meglio al Consorzio, che pure con motivazioni tutte da decifrare (e che leggeremo nella sentenza) si riconosce colpevole e si condanna al risarcimento già citato di 3milioni, ad una responsabilità civile e rispettiva pena al pagamento di ulteriori 280mila euro, l'interdizione dalle attività e dalle relazioni con le pubbliche amministrazioni per 6 mesi e, cosa ben più grave, alla revoca dell'AIA, l'Autorizzazione Integrata Ambientale. Una sorta di pietra tombale sulle attività di depurazione, a cui si aggiunge la sospensione di ogni sussidio o finanziamento in itinere e la revoca di quelli accordati a favore del Consorzio in passato.

Il caso. La questione, lo ricordiamo, verteva sulla presunta truffa emersa dalle indagini della Guardia di Finanza alla fine del 2012, con l'accusa ai vertici del Consorzio di aver favorito lo sversamento per almeno sei anni (dal 2006 al 2012) di acque non correttamente depurate direttamente in Usciana, per un totale di oltre 5milioni di metri cubi di liquami. Indagini che provocarono un terremoto nel Consorzio e che portarono a parlare di un conclamato danno ambientale, nonch'è di un profitto illecito legato alla mancata depurazione. In seguito all'inchiesta vennero anche sequestrati conti correnti e beni immobili del consorzio per un valore di 18.250.000 euro, cifra stimata dei presunti profitti illeciti. Numeri che nel giro di sei mesi sono stati sviscerati in sei udienze, attraverso le quali sono stati sentiti numerosi testimoni e anche alcune intercettazioni. La difesa. I due avvocati Massimo Megli e Luca Righi, rappresentanti rispettivamente dei due imputati e del Consorzio, riescono ad attenuare l'entità del danno ambientale, inizialmente quantificato dal perito del Ministero in 40milioni di euro, ma non a dimostrare l'ininfluenza degli scarichi sulla situazione ambientale dell'Usciana, a loro sostenere già compromesso ed in ogni caso non aggravato. Né convincono nel giustificare le «correzioni» (che per l'accusa sono vere e proprie «falsificazioni») dei dati sullo stato delle acque emessi dal Consorzio e firmati dal Banti in qualità di presidente. «Aspetteremo la lettura della sentenza nei suoi dettagli, siamo però soddisfatti di essere riusciti a scongiurare l'ipotesi, secondo noi inesistente, di un danno ambientale quantificato con numeri campati in aria. Si riconosce uno sforamento dei limiti, non certo un'organizzazione a delinquere – commenta l'avvocato Righi. – Valuteremo con ogni probabilità la prospettiva di ricorso». L'accusa. Pure in assenza di un vero e proprio traffico illecito di rifiuti vi è stato però per il giudice la necessità di riconoscere un «ripristino dell'ambiente a spese dei condannati».

E ciò che ottiene la difesa, che si è espressa con le parole durissime del Pubblico Ministero Tommaso Coletta, che a più riprese definisce «risibile» il tentativo di far passare per “correzioni” i prospetti «artefatti» sui livelli delle sostanze discolte nelle acque periodicamente inviati all'ufficio ambiente dell'Unione dei Comuni dell'Empolese Valdelsa. Parole che miravano ad un pieno riconoscimento del danno ambientale in presenza di traffico illecito secondo l'articolo 260 del Codice dell'Ambiente e che hanno avuto man forte dall'Avvocatura dello Stato, rappresentata da Patrizia Pinna, che parla di «torrente degradato con concreti danni all'ambiente» e dall'avvocatessa fucecchiese Daniela Vallini, in rappresentanza di Italia Nostra. Unico sforamento conclamato, certificato dai dati dell'Arpat che pure sono stati a lungo dibattuti ieri, quello dei livelli di Cod (domanda chimica di ossigeno, necessaria all'ossidazione per via chimica dei composti organici). Livelli registrati quando il Consorzio operava in deroga ad alcuni dei consueti parametri.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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