Lutto
Con le sagre affare da tre milioni, protestano i ristoratori
A Empoli e nella Valdelsa Confesercenti chiede un intervento perché le imprese hanno un volume di lavoro ridotto del 40%. Il responsabile: "I sindaci sono sordi"
EMPOLI. Stop alle sagre selvagge. È questo il grido dei ristoratori dell’Empolese Valdelsa che chiedono una maggiore regolamentazione delle manifestazioni che ogni estate animano i comuni della zona. Poche regole, la politica che resta indifferente e il periodo di crisi. Così i ristoratori nel periodo che va da giugno a settembre registrano un massiccio calo degli incassi che rischia di trasformarsi in un vero e proprio colpo di grazia. Ed è per questo che le associazioni di categoria da tempo hanno richiesto all’Unione dei Comuni l’adozione di un protocollo unilaterale per gli undici comuni dell’Empolese Valdelsa, un protocollo per dire stop alle sagre selvagge che per ora però è stato lasciato in chissà quale cassetto.
Numeri da capogiro. Secondo i dati della Fiepet Confesercenti nell’Empolese Valdelsa in estate si svolgono circa 200 tra sagre e manifestazioni enogastronomiche per un giro di affari che si aggira solo per il circondario intorno ai 3 milioni di euro. Numeri importanti (che si riferiscono al 2014) considerando anche che questo giro di affari riduce ben del 40% gli incassi di ristoranti e pizzerie che si trovano in zona. Un trend questo che rispecchia quello che accade a livello regionale e nazionale, In Toscana infatti sono state registrate nel 2014 ben 5.000 sagre con un giro di affari pari a 110 milioni di euro e con 1,5 milioni di coperti serviti. Il tutto confermato anche dai dati nazionali, dei dati choc: in Italia infatti nel 2014 si sono svolte 32.000 sagre praticamente 4 ogni comune con un fatturato complessivo di 700 milioni di euro. Un vero business che si svolge per lo più proprio in questo periodo visto che 8 sagre su 10 vanno in scena tra giugno e settembre. E così i ristoranti spesso e volentieri restano con un pungo di mosche in mano.
Cercasi regolamentazione. Sono anni ormai che le associazioni chiedono una regolamentazione per le sagre in modo che ci possa venirsi a creare una vera e propria concorrenza che in questo momento non è presente. «Non vogliamo certo che le sagre chiudano – spiega Franco Brogi della Fiepet Confesercenti – ma servono regole ben precise che permettano la convivenza con il mondo della ristorazione che subisce una concorrenza che in un certo senso è sleale». Le richieste dei ristoratori si possono riassumere all’incirca in 6 punti che dovrebbero andare a regolamentare le manifestazioni sul territorio. In primis si chiede che la definizione di sagra sia data solo a quelle manifestazioni enogastronomiche che valorizzano i prodotti del territorio, viene da pensare dunque a specialità come il carciofo di Empoli o la cipolla di Certaldo. Evitando invece di vedere sagre del caciucco che si svolgono in paesini di montagna a 2.000 metri sul livello del mare. L’altro punto riguarda il rispetto delle norme igienico sanitarie che devono essere uniformate a quelle dei ristoranti veri e propri. Altro problema riguarda il calendario: i ristoratori infatti chiedono una calendarizzazione delle sagre in modo da conoscere con precisione e in anticipo quando e come si svolgeranno, ponendo un limite anche sulle giornate in cui si svolgono. Altri obiettivi sono la trasparenza riguardo ai soggetti organizzatori, e quindi in soldoni, conoscere effettivamente dove vanno a finire i soldi incassati e garantire l’integrazione tra le sagre e gli stessi ristoranti del posto.
Politica sorda. Tutte buone intenzioni messe per iscritto dalle associazioni e inviate all’Unione dei Comuni, ormai da diverso tempo. La questione però non è stata mai affrontata e le richieste Fiepet sono ancora ferme in un cassetto in attesa di essere almeno prese in considerazione. «Non abbiamo avuto alcuna risposta, ogni anno l’argomento viene fatto slittare alla stagione successiva – spiega Brogi – ma non viene mai affrontato. Visto che a livello locale nessuno ci ascolta abbiamo deciso di fare una segnalazione all’Antitrust e di rivolgerci alla Comunità Europea. Sembra l’unico modo per far sentire la nostra voce».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
