Il Tirreno

Empoli

Miracolo grazie al metodo di un medico russo, imprenditrice ricammina dopo 17 operazioni

Marco Pagli
L'imprenditrice che ha subito 17 interventi e che ora sta bene
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L'imprenditrice che ha subito 17 interventi e che ora sta bene

A Empoli la donna, dopo aver avuto un grave incidente, rischiava l'amputazione. Il suo è stato il primo intervento del genere in Italia

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EMPOLI. L’incidente che le ha reso la vita un inferno è lontano un anno e mezzo. Un anno e mezzo trascorso tra ospedali e ambulatori per cercare di recuperare la sua gamba, fratturata in diversi punti, senza più muscolo e per questo accorciata di nove centimetri. Un anno e mezzo vissuto con lo spettro dell’amputazione, a trasformare in dolore anche la speranza. Ma Monica Lepri, 51 anni empolese, il dolore lo ha saputo affrontare e la speranza l’ha tenuta sempre viva. Così, con l’aiuto di medici «che hanno sempre creduto in me e nella mia tenacia», adesso potrà tornare a camminare. La prima in Italia ad aver utilizzato il metodo Ilizarov dal piede alla coscia.

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Dell’incidente Monica non ricorda niente. Non ricorda che quella sera del 4 dicembre 2013 una Fiat Panda la investì su via Lucchese mentre, alla guida del suo scooter, usciva da un distributore. Ricorda solo di essersi svegliata, dopo sei giorni di coma farmacologico, e di aver fissato quella gamba devastata dall’incidente.
La diagnosi era impietosa: fratture multiple su tutto l’arto, vena femorale tagliata, perdita del muscolo e una lesione alla spina dorsale con il bloccaggio di quattro vertebre. In quei giorni le possibilità erano fondamentalmente due: amputare la gamba o rimanere sulla sedia a rotelle a vita. «Ma io non volevo – racconta Monica Lepri – nonostante tutto avevo voglia di lottare. E fortunatamente ho trovato uno staff splendido all’ospedale Careggi di Firenze che questa voglia di lottare l’hanno riconosciuta e l’hanno rispettata».

Così è partita una trafila di interventi per cercare di stabilizzare l’arto e di prepararlo ad una progressiva ricostruzione. In tutto la donna, residente nella frazione di Monterappoli, ha subito qualcosa come 17 interventi chirurgici e 45 trasfusioni di sangue. «La possibilità di non riuscire a salvare la gamba c’è sempre stata in questi lunghissimi mesi – continua – ma io pensavo alle due mie figlie, Alice e Sabrina, e questo mi dava la forza di non mollare. Tra l’altro, dopo un po’ mi venne detto anche che, a causa delle varie placche che erano state impiantate e dei numerosissimi innesti di pelle, non sarebbe stato possibile mettere una protesi. Così i due medici di Careggi che mi avevano in cura e che non smetterò mai di ringraziare, Stefano Bianco e Massimo Sangiovanni , mi consigliarono un centro specialistico ad Albenga dove provare l’artrodesi esterna».

In sostanza, si trattava di fissare una struttura esterna con dei chiodi, in modo da stabilizzare la gamba. Ma il dottor Carlo Salomone, dirigente medico specializzato in ortopedia che opera nella struttura ligure della provincia di Savona, chiuse immediatamente la porta a questa soluzione. Ma come nella migliore delle novelle popolari, quella porta chiusa spalancò un portone. E cioè l’apparato Ilizarov. Ideato dal medico sovietico Gavril Ilizarov negli anni ’50 per curare i traumi e le malformazioni durante il suo lavoro nella steppa siberiana di Kurgan, si tratta di un apparato chirurgico “di distrazione osteogenetica che può essere utilizzato per allungare o modificare la forma delle ossa degli arti superiori e inferiori”. «Sono stata nel centro specialistico di Albenga, nel reparto di infettologia ossea, per un mese – prosegue – e ho potuto toccare con mano una vera eccellenza sanitaria italiana. Una struttura bellissima in cui lavorano professionisti eccezionali, che mi hanno seguito in una trattamento duro ed estenuante. Sono stata la prima in Italia, infatti, ad essere sottoposta a questo metodo su un arto interno dal piede alla coscia. Per quindici giorni hanno prodotto delle microfratture alle ossa della gamba per riuscire ad allungarla e poi mi hanno applicato un fissatore per stabilizzarla».

Monica, quindi, è tornata a casa e per tre mesi ha tenuto il fissatore. Per toglierlo, poi, ha fatto tappa in un altro fiore all’occhiello del sistema sanitario italiano, il Centro ortopedico di Quadrante a Omegna in Piemonte. Il rientro tra le colline di Monterappoli è avvenuto pochi giorni fa, con in mano una speranza concreta: tornare a camminare. «Piano piano posso tornare a poggiare il piede per terra – dice con orgoglio – e grazie alla fisioterapia potrò camminare di nuovo. Il dottor Salomone mi ha detto che potrò farlo con un appoggio, ma l’esperienza di questi mesi mi dice che avrò la forza di farlo anche senza. Anzi, ho fatto una scommessa con lui: gli ho detto che al prossimo incontro mi presenterò con i tacchi».

Una forza e una voglia di vivere, quelle di Monica, che la contraddistinguevano quando dirigeva un’azienda di ristorazione e che sono cresciute in questi diciotto mesi. «A chi soffre – chiosa – mi sento di dire che non bisogna mai mollare, anche quando sembra di non avere più speranza. Bisogna appigliarsi alla forza dell’amore, io l’ho fatto con le mie due figlie. Adesso mi mancano tante cose, ma sono tornata a fare progetti per il futuro: produco aggetti d’artigianato con l’uncinetto e l’anno prossimo tornerò a tifare Fiorentina allo stadio e se non potrò più sciare mi accontenterò dello slittino».

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