Il Tirreno

Empoli

Luca è assente, e in classe sono tutti bimbi stranieri

di Marco Sabia
Luca è assente, e in classe sono tutti bimbi stranieri

Tra i banchi della quinta di Stabbia con tredici cinesi, un marocchino e un solo italiano Le maestre: «Una sfida quotidiana faticosa, ma ci ripagano con rispetto e affetto»

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CERRETO GUIDI. Si chiamano Alessia, Paolo, Giorgio, ma sono cinesi. Frequentano una classe italiana, che ha un particolare che balza subito all'occhio: fra tutti i bambini solo uno è italiano mentre tutti gli altri (tredici), oltre a un ragazzino d'origine marocchina, sono cinesi. Avviene a Stabbia di Cerreto Guidi, nella 5ª B della Carlo Collodi, in una terra dove l'immigrazione - specie quella cinese - è molto forte. Eppure, quando entri in quella classe i bambini ti salutano in italiano e ti rispondono in italiano. Scrivono qualche parola in entrambe le lingue, spiegando l'esatta pronuncia in cinese: un'impresa ardua, viste le infinite differenze fra i due idiomi.

Ma come è nata una classe così particolare? Quando in prima elementare venne creata la sezione del tempo pieno ad essa si iscrissero tanti bambini cinesi e qualche italiano. Nel frattempo dei tre italiani di partenza due hanno lasciato e uno è rimasto. Che poi Paolo o Alessia sono nati ad Empoli, hanno fatto anche l'asilo in Italia.

Diverso il discorso per gli alunni arrivati in corso d'opera, che partono da un livello più basso. E' una sfida, per loro ma soprattutto per le maestre: «Non è facile - spiega la storica insegnante Marisa Cenci - perché spesso, quando arrivano nuovi alunni, ci troviamo a dover fare dei programmi differenti in base al livello di partenza degli alunni. E' come dover ripartire dalla prima con alcuni di loro, che però devo dire s'impegnano molto per recuperare. E' faticoso, indubbiamente, tuttavia sono molto soddisfatta di questi bambini, che hanno un grande rispetto e affetto per noi insegnanti».

La maestra Cenci insegna italiano e - per sua stessa ammissione - spesso passa infinite ore a correggere i compiti, cercando di spiegare la grammatica partendo dalle basi. Serena Grassi, invece, insegna matematica: «Io devo usare degli accorgimenti, perché se è vero che i numeri sono uguali per tutti alcuni alunni hanno difficoltà a comprendere i testi dei problemi di geometria, tanto per fare un esempio. Per questo devo cercare di dar loro esercizi più asciutti possibile. E' un compito non facile».

Cinque anni - quasi mille giorni di scuola assieme - che devono esser stati decisamente impegnativi, sia per gli alunni che per le insegnanti. Quando siamo arrivati in aula l'unico bambino italiano, Luca (nome di fantasia) era assente - per cui lo scenario non era dei più tradizionali.

E l'integrazione come va? «Su questo c'è da dire una cosa - continua la maestra Cenci - se ci fossero stati più italiani i cinesi avrebbero imparato certamente meglio la nostra lingua mentre così tendono a far gruppo fra di loro, parlando in cinese. Io li stimolo a parlare italiano ma non è facile. La barriera linguistica può fare la differenza. Mi è dispiaciuto che alcuni italiani abbiano lasciato, la loro presenza sarebbe stata importante. Però, dall'altro lato, non è che l'unico bambino italiano è isolato: ha tanti amici in classe e non ha voluto cambiare scuola come hanno fatto altri».

Questi bimbi fanno più o meno le stesse cose dei “colleghi” italiani: nel tempo libero giocano con l'iPad o con l'Xbox, oppure fanno ginnastica o giocano a pallone. Guardano poco la tv italiana e, talvolta, non hanno neanche il televisore. A scuola - a sentirli - vengono volentieri, probabilmente perché la vedono come esperienza sia formativa che di svago; sono imbarazzati a rispondere alle domande oppure a leggere in italiano. La maestra Cenci chiede di leggere un breve testo ad una bambina arrivata da poco che - nonostante tutte le difficoltà - ci prova, tra qualche parola giusta o qualcuna sbagliata. Però, quando gli chiediamo se si sentono italiani, quelli che comprendono la domanda rispondono con un energico «Sì».

Gli altri rimangono in silenzio: risponderanno al momento in cui capiranno la lingua. E la sensazione è che la risposta possa essere la stessa.

Per non farli sentire esclusi gli altri gli parlano in cinese, in modo da fargli capire le nostre parole. Fra un mese e mezzo e questo percorso si concluderà e fare un bilancio complessivo non sarà facile: tanti “pro” ma anche tanti “contro”, principalmente relativi alle difficoltà linguistiche e ai bambini che vanno e vengono, che così facendo perdono la loro continuità didattica, oltre che i rapporti costruiti coi compagni.

Però ci sono state anche delle sorprese: l'educazione, il rispetto e l'affetto dimostrato, oltre ad una certa autonomia e autosufficienza da parte dei bambini. Le quattro insegnanti (Marisa Cenci, Serena Grassi, Elisabetta Paiotta e Antonella Saulini) hanno affrontato una sfida inedita, combattendo coi loro limiti e con quelli relativi al contesto.

Il resto delle classi della Collodi ha una composizione più omogenea e quindi non esiste possibilità di replica, almeno per ora. Ci sono circa cinquanta bambini cinesi sui centocinquanta totali.

A Stabbia la presenza cinese è forte e spesso percepita come un corpo estraneo. Può anche essere ma coi bambini - le cosiddette seconde generazioni - la percezione è stata diametralmente opposta.

Ridono, scherzano, giocano, s'imbarazzano e si prendono in giro. A volte lo fanno in lingua cinese, in altre usando l'italiano. Quando andiamo via, comunque, mettono da parte il "Ni hao" e ci salutano con un "Ciao".

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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