Il Tirreno

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Nell'orto di Gesù a curare gli olivi, l'avventura di un maestro potatore

Paolo Santini
Marco Peruzzi nell'orto di Getsemani
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Marco Peruzzi nell'orto di Getsemani

L'esperienza di Marco Peruzzi da Vinci al Romitaggio di Getsemani a Gerusalemme

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VINCI. Gli olivi sono la sua passione da sempre, e la cura e la potatura di questa straordinaria pianta è per lui un’autentica missione oltre che essere parte del suo lavoro. Ma l’avventura che ha vissuto da poco, è di quelle che richiedono professionalità, esperienza, bravura, e soprattutto coraggio. Si, perché per salire sulla scala e potare gli olivi del Romitaggio nell’orto del Getsèmani a Gerusalemme ci vuole coraggio; è un’esperienza unica, nella quale il misticismo e tante suggestioni si accavallano tra loro e inevitabilmente intimoriscono e intimorirebbero chiunque, visto che quello è il luogo nel quale Gesù Cristo andava a pregare e, secondo le Sacre scritture, si ritirò dopo l'ultima cena prima di essere tradito da Giuda e arrestato. Il maestro potatore – anche se ha solo 54 anni - che ha avuto l’onore di salire su quella scala si chiama Marco Peruzzi, è di Vitolini (Vinci) e fin da piccolo è rimasto affascinato dal mondo delle piante e soprattutto dagli olivi. «Ho iniziato piantando frutti, coltivando l'orto e potando gli olivi con il mio caro nonno. È da quel dì che ho portato avanti questa “tradizione” fino a farla diventare una professione- ha esordito Marco Peruzzi ancora emozionato -; poto gli olivi da una vita ma quando ho ricevuto quella telefonata che mi proponeva un intervento nel Romitaggio del Getsèmani ho avuto la sensazione di non aver mai potato. E in effetti era così. Toccare quegli olivi sarebbe stata una cosa diversa».

Come non tenere a mente le parole dell’evangelista Matteo mentre Marco arrivava a Gerusalemme: “Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: sedetevi qui, mentre io vado là a pregare”. In effetti il Getsèmani, ai piedi del Monte degli Ulivi nella città santa di Gerusalemme è da sempre uno dei luoghi del pellegrinaggio dei cristiani per eccellenza. «Dopo aver superato tanti posti di blocco in giorni di confusione per alcuni attentati in questa terra martoriata, - ha proseguito - finalmente siamo arrivati al Getsèmani, ed è stato allora che mi hanno presentato i famosi olivi: piante bellissime, alcune con il tronco quasi fossilizzato. Nasce spontaneo il desiderio di stare lì, di fronte a loro, tutto il giorno in contemplazione, ma è impossibile data la grande frequentazione turistica. Poco dopo ci siamo mossi verso il Romitaggio. Pur essendo proprio a ridosso dell'orto, sembrava d’essere in un altro luogo. Man mano che salivo le voci dei visitatori si facevano lontane e il silenzio si faceva largo. Là, ad accogliermi, c'era Fra’ Diego, un giovane francescano custode dell’area con i confratelli. Dopo una breve descrizione del luogo mi ha consegnato gli arnesi da lavoro, certo non fra i più adatti a trattare queste piante storiche. Ma il convento passava questo!».

E qui comincia il contatto di Marco con la storia, quella con la esse maiuscola, e con l’essenza stessa della fede cristiana. «Una volta solo, davanti agli olivi sono cominciate le mie preoccupazioni. Si notavano infatti errori di precedenti potature. Sono partito dunque subito con la sega, trovandomi però stranamente bloccato. Come taglio? Mi sono chiesto. La cupola d'oro che vedevo davanti a me stava lì a ricordarmi di non essere in un’oliveta come le altre. La basilica che avevo a fianco mi urlava che non ero in una fattoria. I miei pensieri allora? Taglio o non taglio? Lascio il seghetto, meglio le forbici, forse faccio meno danno». E il contatto fisico poi, l’assaggio delle olive rimaste ancora sulla pianta “un sapore dolce, ma molto marcato».

Il timore riverenziale vinto dopo la potatura del primo maestoso olivo, e i tanti pensieri conducono Marco alla fine della prima giornata di lavoro. «Tra un colpo di forbici e qualche pensiero – ha concluso emozionato - il sole è calato su Gerusalemme. Impressionanti i raggi riflessi sulla cupola d'oro accompagnati dai rintocchi a festa di una campana lontana. E in sottofondo, il canto del Muezzin che echeggiava nella valle del Cedron». Un’esperienza indimenticabile.

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di Redazione web