Sicurezza
Lacrime e dolore per dire addio al sorriso di Marta
Ma dal funerale dell'infermiera uccisa dalla meningite arriva anche un messaggio di speranza: "Sarai un raggio di sole che splende sulle nostre vite"
EMPOLI. I suoi sorrisi sono scolpiti nella mente di tutti. Passano davanti agli occhi degli amici, trafiggono il cuore dei familiari, gettano nella sconforto i colleghi. Così splendidi, «capaci di trasmettere gioia e positività» che resisteranno al fiume (di lacrime), alla valanga (di dolore) e a quel maledetto batterio (sepsi da meningococco) che ha ucciso, a soli trentaquattro anni, Marta Corti ma non cancellerà quello che ha fatto.
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Soprattutto per gli altri: «Vivremo sempre nel tuo insegnamento e ti guarderemo attraverso gli occhi delle tue principesse». Parole rotte dal pianto, in una chiesa della Madonnina del Grappa dove risuonano le chitarre e le canzoni di un coro parrocchiale fatto di uomini e di donne cresciuti con Marta. Poche panche più avanti ci sono il marito Salvatore Verde, i fratelli Andrea e Maria, i genitori Guido e Paola. All’altare ci sono dodici parroci (tra cui don Paolo Brogi, in passato sacerdote a Montelupo): «Siamo spezzati dal dolore - sono le parole che dall’altare accolgono, insieme a un applauso, l’ingresso della bara - con una ferita profonda che ci fa mancare il respiro. Ma vogliamo avere la forza di Gesù sulla Croce che continua a credere in Dio e vogliamo sperare nella resurrezione: che Marta possa vivere nella gioia eterna, come ha sempre sperato nella vita». Un dolore identico a quello vissuto prima per Giovanni Locci, ucciso dalla stessa malattia ad inizio febbraio, e Mattia Brendaglia, che la solita sepsi da meningococco C ha strappato alla vita questo stesso mese di marzo.
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Don Marco Cioni, parroco di Montelupo negli anni Novanta, che ha celebrato il funerale, invita a trovare la forza attraverso la fede, quella stessa fede che riempiva il cuore della loro Marta, «sempre disponibile, con la famiglia, sul lavoro, con gli amici. L’amore che questa ragazza ci ha lasciato deve essere la luce che guiderà ognuno di noi: è più forte del male e della morte. Non lasciamo i ricordi alla malinconia. Sentiamola viva».
Una sfida al dolore, «al deserto, al senso di vuoto». Che però è troppo grande e riempie di lacrime la chiesa San Giovanni Evangelista di via Masini dove centinaia di persone hanno voluto salutare per l’ultima volta la trentaquattrenne morta domenica scorsa di meningite ceppo “C” all’ospedale San Giuseppe di Empoli, dove lavorava come infermiera.
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Ci sono i colleghi del San Giuseppe, a cominciare da quelli del reparto di endoscopia (compreso Massimiliano Biagini, ex primario ora in pensione), dove lavorava; gli amici di Montelupo, dov’era cresciuta e che ancora oggi frequentava; di Vitolini, dove viveva con il marito e le sue splendide bambine. I sindaci dei due comuni dove ha vissuto (il vinciano Giuseppe Torchia e il montelupino Paolo Masetti), che portano l’abbraccio simbolico delle loro comunità.
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Ci sono le Apostole della Consolata di Firenze, che fanno forza a suor Maria, sorella di Marta. Che riesce a farsi coraggio per rivolgere un messaggio a nome di tutta la famiglia «senza piangere, perché altrimenti mio fratello non mi parla più. Grazie a tutti, non ci sono parole. Continuate a starci vicini».
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Difficile pensare che non sarà così, in nome di quel «raggio di sole» come la definiscono Silvia e Anna, «una donna meravigliosa, una moglie e mamma straordinaria, un’infermiera super». E giù lacrime che si mescolano ai canti. Abbracci, ricordi che si intrecciano. Dolore. Tanto, troppo. Immenso. E poi un ultimo - commosso - applauso, prima del ritorno di Marta nella “sua” Montelupo Fiorentino, per la sepoltura nel cimitero dell’Ambrogiana.
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