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Allegri-choc, cinquanta dipendenti a rischio licenziamento

Marco Pagli
L’incontro con i sindacalisti e le lavoratrici della Allegri (Foto Agenzia Carlo Sestini)
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L’incontro con i sindacalisti e le lavoratrici della Allegri (Foto Agenzia Carlo Sestini)

Lo stabilimento di Spicchio quasi cancellato, parte la protesta dei lavoratori e del sindacato

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EMPOLI. Nell’assemblea convocata dalla Cgil con i lavoratori di Allegri erano presenti in più di trenta. Solo una parte di quegli esuberi che la direzione ha preannunciato ai rappresentanti sindacali e che non dovrebbero essere meno di 45 dei 60 ad oggi impiegati. L’ordine del giorno di quest’assemblea, d’altronde, era proprio questo. Decine di esuberi che ci accolgono con il sorriso di chi sta condividendo un’esperienza di lotta e che racconta bene la dignità di lavoratori con la coscienza a posto. Tutt’altro rispetto a quanto la dirigenza ha lamentato nei giorni scorsi. E cioè che la colpa dei mancati ordini per la prossima stagione sarebbe proprio loro, dello scarso controllo sui prodotti che – come da manuale – ormai da alcuni anni sono appaltati a ditte esterne. Purtroppo quei sorrisi non sono altro che una gentile accoglienza. Sotto c’è un magma di rabbia e amarezza.

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Basta il tempo di poche battute che sorgano fuori: in alcuni casi esplodono in un nodo alla gola che rompe la voce, in altri risalgono lentamente e prendono la forma di lacrime amare che rigano la faccia di alcuni. In quella rabbia e in quell’amarezza ci stanno decine di vite, che nell’azienda di Vinci hanno investito gli anni migliori della loro esistenza e che adesso si trovano di fronte al baratro del licenziamento. Dall’8 novembre scorso è partita la cassa integrazione straordinaria per crisi, che terminerà il 7 novembre prossimo. Dopodiché dovrebbero partire i licenziamenti. «La nuova dirigenza si era presentata tre anni fa dicendoci che sul marchio Allegri voleva puntare, che i lavoratori sarebbero rimasti tutti al loro posto perché credeva nel made in Italy o meglio sulla Toscana e su Vinci – spiega Silvia Mozzorecchi, della Filctem Cgil – tuttavia alla fine dello scorso anno, lamentando un calo degli ordinativi previsti, hanno aperto la cig. Nei giorni scorsi ci hanno nuovamente convocato affermando che l’azienda è in grave difficoltà e che alla fine della cassa saranno prevedibili degli esuberi. Forse sarà mantenuto un piccolo presidio di 10-15 lavoratori, ma tutto fa pensare che, se questo ci sarà, verrà spostato a Milano».

La colpa del calo viene scaricata interamente sulle spalle dei lavoratori. «Il problema, secondo la direzione, è la scarsa qualità dei prodotti tornati in azienda – continua Mozzorecchi – ma la produzione è tutta esternalizzata. E poi i lavoratori di Vinci hanno un’esperienza decennale e qualità comprovata. Prova di questo è che molti di quelli usciti negli anni scorsi sono stati reimpiegati in altre realtà con mansioni alte e di responsabilità. Semmai il problema è lo scarso investimento in formazione e materia prima. In più il controllo della merce che rientra non spetta ai lavoratori».

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Il giudizio politico è inappellabile. «Si vorrebbe scaricare sulla manodopera gravi errori organizzativi e gestionali – attacca Sergio Luschi, coordinatore Cgil di zona – sono chiacchiere che rispediamo al mittente. In questa vertenza, che si profila come un bagno di sangue, metteremo in campo tutti gli strumenti a nostra disposizione (il 2 e 18 marzo sono previsti due incontri con i vertici, ndc) per scongiurare il futuro disegnato dall’azienda». Tra i dipendenti c’è chi lavora per il marchio Allegri (passato alla fine del 2011 nelle mani dei coreani della Lg Fashion Corporation, che tramite la Polaris srl avevano rilevato le quote – il 60% -della Dismi 92 spa) da più di 30 anni, quasi tutti da oltre 15. Sandra Baronti è entrata in azienda negli anni ’80. «Sono 35 anni che ci lavoro – racconta – quando sono stata assunta avevo poco più di 18 anni ed entrare all’Allegri era sinonimo di sicurezza e prestigio perché era un marchio conosciuto in tutto il mondo. Vedere lo stabilimento che si svuota mese dopo mese fa male, una morte lenta che è uno scempio». Chiede trasparenza - almeno quella - Mery Ninci, tra le più giovani con i suoi 16 anni nell’ufficio commerciale. «Il declino è cominciato quando è stata esternalizzata la produzione – dice – vogliamo che ci dicano le cose come stanno, cosa hanno intenzione di fare davvero». Una richiesta ripresa anche da chi lavora all’outlet, come Anna Peruzzi, in Allegri dal 1999. «Chiarezza e rispetto – afferma – questo ce lo devono, dopo dieci anni che chiedono sacrifici a non finire».

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