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E per avere il benservito bisogna pagare...

E per avere il benservito bisogna pagare...

La Cgil: «I datori devono versare un contributo per far partire l’Aspi e i soldi vengono chiesti ai dipendenti»

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EMPOLI. Licenziarsi sì, ma a proprie spese. È l'ultimo paradosso che viene fuori nella complicata crisi lavorativa che avvolge sempre di più anche il nostro territorio. L'allarme lo lancia la Filctem Cgil dell'Empolese Valdelsa che, facendo il punto sulla situazione del lavoro nella nostra area, denuncia anche un costume sempre più diffuso tra le aziende. Oggi anche il licenziamento rappresenta un costo per le aziende che può variare dai mille a 1500 euro come finanziamento per l’Aspi. Si tratta del nuovo ammortizzatore sociale, detto anche contributo di licenziamento, introdotto nel gennaio 2013 dalla riforma del welfare targata Fornero. In pratica il datore di lavoro se decide di licenziare deve riconoscere ai lavoratori un’indennità di disoccupazione mensile, collegata alla propria retribuzione e anzianità lavorativa, da versare all’Inps (per effetto appunto dell’interruzione del rapporto di lavoro). «In stati di crisi aziendali - spiega Silvia Mozzorecchi della Filctem Cgil Empolese Valdelsa - tanti lavoratori oggi chiedono di essere licenziati subito per poter iniziare a riscuotere l'Aspi. Per l'azienda però il licenziamento rappresenta un costo e spesso accade che sia l'impresa stessa a chiedere al lavoratore di pagare per essere licenziato. Questo accade soprattutto quando l'azienda si trova in crisi di liquidità. I lavoratori generalmente si trovano in cassa integrazione che non gli dà garanzie in termini economici. Da qui chiedono all'azienda l'Aspi, ma le imprese si rifiutano di pagarla. Si tratta di un paradosso incredibile ma che riscontriamo frequentemente parlando coi lavoratori nel nostro territorio. Come sindacato ci sembra necessario denunciare questo aspetto».

Il sindacato fa anche il punto sulla situazione lavorativa che si riscontra nell'Empolese Valdelsa. Un 2014 che Silvia Mozzorecchi senza mezzi termini definisce nerissimo, considerando il periodo da gennaio ad ora. «I dati parlano chiaro - spiega - tra chiusure, fallimenti aziendali, licenziamenti e sospensioni dal lavoro abbiamo a che fare con un esercito di persone su tutto il territorio che non hanno più lavoro o lo stanno perdendo. Un centinaio al mese». Numeri che fanno impressione. Tre importanti aziende del territorio che sono fallite nel macrosettore della moda (la 029 di Fucecchio, la Paolo Peruzzi e la Gima Calzature) con 60 persone che hanno perso il lavoro. Poi ci sono le aziende chiuse, ma non dichiarate fallite, che hanno visto il licenziamento di 63 dipendenti (tra queste la Rambo di Certaldo e la Baracchino-Sax di Fucecchio nel settore calzaturiero). Poi ci sono i licenziamenti da procedure di mobilità o per riduzione di personale che la Filctem-Cgil conta in un centinaio su tutto il territorio dell'Empolese Valdelsa e poi il dato ancora più impressionante: le oltre 500 persone che oggi si trovano in cassa integrazione straordinaria o ordinaria soprattutto nel settore dell'artigianato.

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