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«Domani tutti kaputt». Ma Roberto fu graziato dai nazisti in Padule
L’empolese Cioni e i suoi familiari si salvarono grazie a una “soffiata” alla vigilia della strage: «Nascosti in una cantina con la porta ricoperta di fascine»
FUCECCHIO. L'eccidio stava continuando. Loro, però, erano al sicuro in una cantina in Padule, nascosti lì da alcuni tedeschi (o forse austriaci?), che la sera prima gli avevano confidato «noi camerati domani fare tutti kaputt». E così scamparono alla strage che costò la vita a 175 innocenti, perpetrata da un reparto della ventiseiesima divisione corazzata tedesca, agli ordini del generale Peter Eduard Crasemann il 23 agosto di settanta anni fa.
A raccontare questa storia è Roberto Cioni, empolese 76enne, che all'epoca si era trasferito a Fucecchio: «Tramite uno zio pastore che viveva a Fucecchio - racconta - ci rifugiammo in una casupola in Padule, che all'epoca chiamavamo "il frantoio", dove c'era un contadino, tale Pozzolini. Qui eravamo in una decina a viverci, tra cui alcuni miei familiari, e a poca distanza erano presenti alcuni tedeschi, cinque o sei, con cui "convivevamo" e che erano addetti ad una trasmittente radio. Una sera i tedeschi ci dissero che il giorno dopo avrebbero fatto "kaputt". Dopo ci chiusero in questa stanza e coprirono l'entrata del "frantoio" con delle fascine, di modo che non si vedesse la porta. Così scampammo alla strage, grazie anche all'aiuto di questi soldati. Furono sempre loro, il giorno dopo, a tirarci fuori e a dirci che era tutto finito».
La storia che racconta Cioni è per certi versi emblematica: mentre i nazisti guidati da Casermann e Strauch si lasciavano andare alle più atroci bestialità nei confronti di civili inermi e disarmati, dall'altra un gruppetto sparuto di soldati graziò altri civili, probabilmente dopo aver sentito alla radio l'ordine che dava via all'eccidio. A Fucecchio le vittime saranno sette, per un totale di 175 vittime tra Cerreto Guidi, Monsummano, Ponte Buggianese, Larciano e Fucecchio. Cioni, che non aveva mai raccontato la sua storia, perchè ha deciso di farlo ora? «Ogni anno ho pensato di recarmi alle celebrazioni per raccontare quello che mi era accaduto, per spiegare che chi aveva commesso quell'eccidio era un criminale ma che c'era stato anche qualcuno che non si era reso complice. Voglio dire, con questo, che non è giusto fare di tutta un'erba un fascio».
E come ci sente, quindi, ad essere scampati alla morte? «Mi sento tanto tanto fortunato - precisa - anche ad aver trovato dei tedeschi umani, cosa non semplice perché se ricevevi certi ordini - criminali e crudeli che fossero - era difficile non attenervisi, se non si voleva rischiare la vita».
Il feldmaresciallo Albert Kesserling, che all'epoca guidava le armate tedesche in Italia, emanò infatti direttive per cui praticamente si garantiva impunità ai quei tedeschi che avessero ecceduto nell'uso della violenza, non solo contro le formazioni partigiane ma anche nei confronti dei civili. Da tale "politica" derivarono le più atroci stragi di quei mesi, tra cui Sant'Anna di Stazzema e quella del Padule di Fucecchio, dove di partigiani non c'era neanche l'ombra. Di civili inermi, invece, ce ne erano a decine, riparatosi lì perchè pensavano di essere al sicuro dai rastrellamenti nazisti e dai cannoneggiamenti alleati. Non fu così però: i tedeschi della 26esima corazzata in ritirata verso la linea Gotica si macchiarono di un crimine indelebile. Alcuni di questi tuttavia - come racconta Roberto Cioni - decisero di essere umani e di graziare quei civili con cui vivevano ogni giorno
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