Il Tirreno

Empoli

L'Italicus e quella manovra che salvò tante persone

di Filippo Cioni
L'Italicus e quella manovra che salvò tante persone

A guidare il treno c’era un empolese che portò fuori il convoglio dalla galleria. Quarant'anni dopo l'attentato, la famiglia di Giovanni Mancini racconta l'intuizione del macchinista

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EMPOLI. Quando sentì quel boato che squarciava in galleria la carrozza cinque dell’Italicus, il macchinista empolese Giovanni Mancini ebbe la prontezza di non innescare la frenata rapida del treno. Quella di emergenza per capirsi, che il regolamento ferroviario avrebbe imposto. Col collega di turno riuscì a far scorrere il convoglio fuori dalla galleria di San Benedetto Val di Sambro, sull’Appennino tosco emiliano, per fermarlo solo dopo. Evitando così che le vittime fossero molte di più delle dodici totali. Giovanni lo capì subito che si trattava di un attentato, perché quelli erano gli anni della “strategia della tensione” e tante volte in quel periodo aveva telefonato a casa per avvertire che sarebbe tornato più tardi dal lavoro. «Qualcuno ha chiamato per dire che sul treno c’è una bomba, così ci hanno fatto fermare in una stazione intermedia per perquisire i vagoni». Falsi allarmi ma già sufficienti per far stare col fiato sospeso. E d’altronde anche Giovanni, come tutti gli italiani cinque anni prima, aveva già conosciuto il terrorismo di piazza Fontana. Così, quella volta che sull’Italicus Roma-Monaco la bomba c’era sul serio, era l’1.23 di notte, Giovanni capì subito di cosa si trattava e seppe fare la cosa migliore per limitare la tragedia.

Quarant’anni dopo quel drammatico 4 agosto 1974, sono le figlie Patrizia e Daniela Mancini a raccontarci la storia di un padre protagonista involontario di uno dei più feroci attentati degli anni Settanta. «Gli dicevamo sempre che quando i terroristi avessero messo le bombe per davvero non avrebbero avvisato – racconta Daniela Mancini, volto noto a Empoli essendo il dirigente scolastico del Ferraris Brunelleschi, insieme alla sorella Patrizia – e infatti così è stato. Nostro padre aveva 53 anni, noi 24. Il 4 agosto 1974 ci ha cambiato la vita».

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(Una foto dell'epoca del convoglio in cui scoppiò la bomba)

Molto spesso il destino è crudele. Giovanni Mancini già aveva sopportato la deportazione nazista. Dopo l’armistizio italiano del 1943 fu internato come prigioniero militare, prima in un campo di concentramento tedesco e poi smistato in uno di lavoro, dove riuscì a sopravvivere fino alla fine della guerra. Iniziò a lavorare nelle Ferrovie a fine anni ’50 e fu qui che si materializzò la seconda tragedia della sua vita. «Nostro padre ci raccontò solo molto tempo dopo l’attentato cosa aveva provato quella notte – ricordano Daniela e Patrizia, accompagnati in questo viaggio dai figli Lavinia Franceschi e Iacopo Bianchini – a vedere quei morti sui binari aveva rivissuto la deportazione, aveva risentito nelle narici l’odore dei corpi carbonizzati. Ne rimase segnato per il resto dei suoi anni».

Il 4 agosto 1974 Giovanni Mancini salì sull’Italicus a Firenze. Come faceva di solito coi treni che conduceva sulla tratta Roma-Milano. «Il convoglio aveva dei minuti di ritardo – racconta Daniela Mancini – mio padre e il collega cercarono di recuperare e forse fu anche per questo motivo che la bomba non esplose nel centro esatto della galleria ma nella parte finale». Subito dopo lo scoppio iniziò il dramma anche per la famiglia Mancini. «Abbiano saputo della notizia molte ore dopo la tragedia – spiega Patrizia Mancini – fu nostro cugino a portarci il giornale la mattina. Sapemmo dell’accaduto così, la prima cosa fu ovviamente quella di cercare subito nostro padre e capire come stava. Ma i cellulari non c’erano e al compartimento ferroviario di Firenze non sapevano niente. Erano ore di angoscia anche per nostra madre Ubaldina, poi nel pomeriggio nostro padre tornò da solo a casa». «Era visibilmente sotto choc – aggiunge Daniela Mancini – pensate che non riusciva a ritrovare neppure la strada di casa. Lo convincemmo a lasciare Empoli per trasferirci al mare in vacanza, ma fu molto dura perché non voleva venire».

VIDEO / RAI, 4 AGOSTO 1974

Giovanni trovò la forza di parlare e raccontare l’accaduto solo tanto tempo dopo la tragedia, confortato anche dall’aiuto di colleghi, amici e parenti che non gli fecero mai mancare un appoggio morale. «I primi anni furono i più duri per tutti – spiega ancora Daniela – papà non voleva nemmeno sentire parlare dell’accaduto, ci volle molto tempo e noi soffrivamo con lui. Volle rientrare subito in servizio perché altrimenti, diceva, sarebbe stato ancora più difficile superare il dolore. Sicuramente però quell'episodio lo segnò, fu un’altra dura prova che la vita gli aveva riservato. Iniziò un decadimento fisico fino alla pensione anticipata pochi anni dopo».

Giovanni e gli altri ferrovieri presenti sull’Italicus furono dei veri eroi. Uno di loro, Silver Sirotti, quella notte perse la vita cercando di spegnere con un estintore la carrozza in fiamme. «Mio padre e gli altri - racconta Patrizia – non esitarono a prestare soccorsi. Anche perché la bomba esplose nel mezzo alle montagne, nessuno se non loro potevano fare qualcosa. Papà ci raccontò delle urla dei feriti, dei passeggeri che uscivano da quella maledetta carrozza coi vestiti in fiamme. Scene terribili, loro fecero di tutto per salvarli ma 12 non ce la fecero. Ci furono almeno cinquanta feriti e i soccorsi arrivarono solo quando ormai si contavano i morti sui binari».

Giovanni Mancini è mancato nel 2003. Oggi Daniela e Patrizia fanno di tutto per mantenere viva la memoria della tragedia. Qualche giorno fa hanno partecipato a Bologna alle celebrazioni in memoria delle vittime di tutte le stragi. Partendo dalla stazione teatro dell’attentato del 2 agosto 1980 per recarsi poi in treno a San Benedetto Val di Sambro per commemorare l’’Italicus e il Rapido 904 (la “strage di Natale” del 23 dicembre 1984). «Nell'occasione sono intervenuta per leggere una lettera – conclude Daniela Mancini – ho ricordato il lavoro prezioso dei ferrovieri, troppo spesso messi in disparte, ma ho voluto fare anche un appello ad educare i giovani a non dimenticare. A pensare a quello che hanno sofferto persone come nostro padre. Al loro coraggio che deve essere per i ragazzi di oggi un insegnamento a vivere il presente con speranza e determinazione».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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