Gioco
La tragedia nel giorno di festa la beffa vissuta da una famiglia
Dopo 70 anni Roberto Ferradini ripercorre gli ultimi momenti del nonno che morì all’arrivo degli alleati: «Mio padre invece riuscì a salvarsi per miracolo»
FUCECCHIO. Ferrante Ferradini fu sfortunato e non vide il suo paese risorgere dopo la guerra. Dopo 70 anni la sua famiglia non ha dimenticato la tragedia che dovette affrontare mentre tutti gli altri festeggiavano la fine dell’incubo nazifascista. Erano appena arrivati gli alleati e i tedeschi erano in ritirata. Ferrante, che aveva 41 anni, il primo settembre 1944 saltò su una mina vicino a Villa Pacchiani a Santa Croce sull'Arno, quando all'alba Fucecchio - insieme alla confinante Santa Croce - veniva liberata, per la gioia di una popolazione ormai allo stremo delle forze.
Fu così che un giorno di gioia si trasformò in un giorno funesto, di pura tragedia. Oggi - a distanza di quasi settanta anni - è uno dei tre nipoti a ricordare cosa ha significato per lui e per la sua famiglia quel giorno: « Mio nonno perse la vita - spiega Roberto Ferradini - mio padre ebbe la fortuna di salvarsi mentre mia nonna diventò vedova. Per noi il primo settembre non può essere considerato un giorno di festa. Lo sarebbe potuto essere se mio nonno non fosse rimasto coinvolto nell'esplosione. Una beffa assurda, erano arrivati gli alleati a salvarli e nonno morì quando i tedeschi se ne erano andati. Fu un dramma».
Ferrante Ferradini era nato a Fucecchio il 7 marzo 1903. Era un mezzadro, lavorava nei poderi dell'allora "Moro dello Gneri", l'attuale Fattoria Montellori. Aveva sposato Rosa Fabiani ed aveva due figli: Rino e Rina Ferradini, 18 e 11 anni all'epoca della morte. La sua casa venne occupata da un distaccamento tedesco a presidio del fronte sull'Arno fin dal febbraio 1944. La pattuglia abbandonò l'abitazione occupata solo alla vigilia dell'arrivo degli alleati, essendo l'esercito tedesco ormai sull'orlo della disfatta, anche se durante la ritirata verso Nord non mancarono le rappresaglie contro i civili.
Alle 7 di mattina una nuvola sulla sfondo anticipava l'arrivo dei mezzi alleati, dai quali i soldati lanciavano alla gente sigarette, cioccolata e gomme da masticare. Ferradini, insieme al figlio Rino, andò a vedere se i loro parenti di Fucecchio stessero tutti bene. Tutto liscio, almeno lì. Poi presero la bici e si diressero verso Ponte a Egola, passando attraverso un terreno sminato e testato dal passaggio dei cingoli dei carri alleati. Anche qui i parenti erano vivi, per cui si avviarono verso casa, passando però da un altro sentiero, da un guado vicino Villa Pacchiani. C'erano anche degli amici con loro, erano circa le 17 e stavano attraversando l'Arno a piedi scalzi quando vennero avvertiti che c'era un tedesco morto lungo la zona minata dell'argine. Avvicinandosi Ferrante si accorse però che non si trattava di un tedesco, bensì di una persona conosciuta. Cosicché uno di loro, che conosceva bene il ragazzo morto a terra, si azzardò a varcare la linea "della morte", finendo per essere immediatamente sventrato dall'esplosione della mina. Con lui morì anche Ferrante Ferradini mentre il figlio diciottenne Rino si salvò quasi per miracolo, rimanendone però scioccato. Quel primo settembre 1944 a Fucecchio non si riusciva nemmeno a reperire una cassa da morto, che fu arrangiata da un amico di famiglia inchiodando delle travi di legno, per dare degna sepoltura allo sfortunato fucecchiese. Ferrrante Ferradini oggi riposa presso il cimitero fucecchiese in un loculo dedicato alle vittime civili in guerra, insieme al figlio Rino e alla nipote Rossella, venuti a mancare molti anni dopo.
Marco Sabia
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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