Il Tirreno

Empoli

Una doppia disavventura: «Ci lasciarono a piedi e senza viveri»

Una doppia disavventura: «Ci lasciarono a piedi e senza viveri»

Dal momento in cui vennero rilasciati dai partigiani «ci mettemmo in marcia di buon passo - continua il racconto Tiziano Tamburini - e i 130 chilometri che ci separavano da Dnepropetrovsk furono...

2 MINUTI DI LETTURA





Dal momento in cui vennero rilasciati dai partigiani «ci mettemmo in marcia di buon passo - continua il racconto Tiziano Tamburini - e i 130 chilometri che ci separavano da Dnepropetrovsk furono percorsi in una sola tappa. Per la riorganizzazione di noi sbandati, rimanemmo in questa grossa città diversi giorni, dopodiché lasciammo l’Ucraina per raggiungere Gomel, grande centro della Bielorussia». Per il trasferimento, comandati da un tenente, «usufruimmo di un automezzo adibito al trasporto di soldati - va avanti Tamburini - Quando cominciava l’imbrunire, come al solito facevamo tappa ed ogni soldato si arrangiava a trovare una casa russa che offrisse ospitalità per la notte. Io e il sergente di artiglieria Rueca che avevamo dormito nella stessa casa, la mattina ritardammo all’appuntamento e il tenente con gli altri soldati e l’automezzo erano già partiti, lasciandoci a piedi e senza viveri. Considerata la critica situazione in cui ci trovavamo, decidemmo di andare al comando tappa tedesco più vicino per chiedere viveri. Tra gli altri ci trovammo un maresciallo che capiva abbastanza bene l’italiano e, compresa la nostra situazione, ci offrì una densa bevanda calda, una specie di cioccolata in tazza. Poi ci rifornì di viveri per alcuni giorni, sigarette comprese, e ci fece salire su una camionetta che ci portò alla stazione ferroviaria più vicina per poi raggiungere in treno la città di Gomel». Purtroppo i treni non arrivavano mai, e così decidemmo di incamminarci a piedi e cercando, ovviamente, anche mezzi di fortuna. Fu una mezza “tragedia”, comunque finalmente dopo parecchi giorni giungemmo a Gomel, subendoci un forte sermone da parte dei superiori, per il nostro notevole ritardo. Anche qui facemmo una lunga sosta per una nuova sistemazione dei reparti. Tuttavia, i noiosi quanto disagiati trasferimenti non erano ancora finiti. Ci fecero salire su un’ulteriore tradotta in pessime condizioni e ammassati come sardine, tanto da farmi ricordare con una certa esattezza quella simile scena vista nel film “Il dottor Zivago”, ci portarono in una piccola città della quale non ricordo il nome, ma certamente molto a nord e vicini alla città di Minsk». « I giorni trascorrevano lenti e noi non sapevamo quale destino ci attendesse. Nessuna informazione giungeva dai nostri comandanti, ed il timore di non essere rimpatriati prendeva sempre più consistenza - spiega Tamburini - Ed invece, a dissolvere definitivamente i nostri dubbi, arrivò finalmente la notizia ufficiale del nostri rimpatrio. Indescrivibile la nostra gioia ed il nostro entusiasmo. Eravamo al maggio del 1943, e questa volta, saliti sull’ennesima tradotta più comoda e tanto desiderata, iniziammo a ritroso il lungo viaggio di ritorno, che attraverso confini e terre straniere, ci portò finalmente a casa».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Italia

Milano, scontri al corteo sul carovita: tavoli e sedie contro la polizia. Ci sono feriti – Disordini anche a Torino e Bologna

di Redazione web