Gioco
Il Cammino di Dio famoso grazie a Sigerico
L'arcivescovo di Canterbury scrisse un diario del ritorno da Roma
FUCECCHIO. C'è una strada nelle Cerbaie che viene da lontano, nello spazio e nel tempo. E' la via Romea-Francigena. Non pochi Comuni, dopo averla ignorata fino all'anno del Giubileo, ora vogliono farla loro, la fanno loro (per vantaggi turistici), perché il tragitto, quello vero, s'è perso nei secoli. Ci ha pensato l'uomo a deviare, modificare. Caso mai quel Comune maggiormente interessato (gli passava nel mezzo e aveva due ponti, gli unici) non ci crede. Lascia che altri facciano, forse millantando.
Boschi cambiati. I boschi delle Cerbaie hanno cambiato aspetto, da qualche anno a questa parte. Colpa di un insetto piccolo, feroce: il matsucoccus feytandi ducasse, alias cocciniglia corticicola, che ha attaccato, uccidendolo, il pino marittimo. Quel pino che nel 1500 era approdato nell'entroterra, per fare fronte alle necessità dei cantieri navali del porto di Pisa, divenuto importante per volontà di Cosimo de' Medici, primo granduca di Toscana.Ora, il paesaggio è lunare, in certi punti. Fa sprofondare nello sconforto. Ma non tutto è perduto. Risorgeranno, spontanei, querce e cerri e lecci. Ritorneranno le Cerbaie del Medioevo, solcate dalla via Romea-Francigena. Almeno questa è la speranza. Che ne godano, per lo meno, figli e nipoti.Vince il bello. Questa terra è terra di mescolanze. Il brutto, sorretto dall'uomo, ha cercato di sopraffare il bello, figlio della natura. E spesso ci è riuscito. Il cemento ha contaminato la campagna, corroso gli argini dell'Arno, dei canali e dei rii. E l'industria conciaria ha inquinato acqua e aria. Ma non hanno vinto. Il bello resiste, anche se fa fatica. L'hanno scoperto le cicogne, che da anni nidificano su un traliccio, ai margini di una stradetta, che unisce il Padule alla nuova zona industriale.
I pellegrini. I pellegrini passano a gruppi o soli, la determinazione stampata su volti non più giovani, sereni. Neanche il maltempo li ferma. Non seguono tutte le indicazioni. S'affidano all'istinto o a carte vecchie, trovate chissà dove. Vanno verso Roma, vogliono raggiungerla. Per alcuni è una sfida. Per altri, un voto. Per altri ancora, una moda. Per tutti questi è la via Romea: nel Medioevo, intrapresa dai cristiani per andare a vedere il Papa, o con la speranza di mettere insieme un bel po' di indulgenze.
Il cammino di Dio e le leggende. In passato su questa strada sono nate tante leggende che i pellegrini amano ripercorrere. Come quella di un giovane. Eccone il contenuto. «Il ragazzo si presentò nella locanda, dalle parti di Galleno, che sembrava un fantasma, tanto era secco. Si guardò attorno, poi svenne. Il locandiere e i pochi avventori lo soccorsero. “Questo non deve mangiare da giorni”, disse uno. “O è malato fradicio”, disse un altro. Aveva fame, accertò il locandiere. “Da dove vieni?”, gli chiese. Veniva dal Nord, da un piccolo paese del Nord dell'Italia. Era solo. Era rimasto solo. I suoi genitori erano morti, ammazzati da banditi, per derubarli. Lui si era salvato perché, in quel momento, faceva i suoi bisogni, parato dal sottobosco. I suoi genitori (pastori) avevano venduto tutto per andare a Roma, per vedere il Papa. Erano molto religiosi. Dopo averli sotterranti, aveva cercato di raggiungere Roma, nutrendosi alla meglio. Ma, arrivato alla locanda, aveva ceduto. Non aveva un soldo. Non sapeva come fare. Il locandiere gli propose di stare lì, di lavorare per lui. Il ragazzo accettò. Rimase lì due anni, bravo ragazzo con tutti, anche con quelli che non lo avrebbero meritato. Poi, una mattina di primavera, disse che se ne andava, che voleva raggiungere Roma, per rispetto dei suoi genitori. Il locandiere ci rimase male, ormai lo considerava come un figliolo. Ma non s'oppose. Gli dette soldi e viveri. Che stesse attento, si raccomandò. Il ragazzo disse, a consolazione del locandiere. “Torno presto”. Dopo Siena cominciò a sentirsi male. Le gambe non lo portavano. Si sedette da una parte, addosso a un ciglione. Non chiese aiuto. Lo vide una donna. Vide che qualcosa non tornava, in quel ragazzo. Gli andò vicino e si rese conto che era morto. La voce si sparse. Qualcuno ci aggiunse particolari. Sicché, in capo a un paio d'ore, non c'era anima viva che non sapesse della morte di un ragazzo, sulla via Romea. Per peste. Non passò nessuno per un'ora buona, fino a quando un uomo non gli dette fuoco».
Sigerico. Divenne famosa, la via, con Sigerico, arcivescovo inglese, di Canterbury, che ne scrisse in un diario, partendo da Roma per far ritorno in patria. Per lui, fu la via Francigena, strada che portava in Francia. Parliamo del 990. Sigerico arrivò a Roma in luglio, si presume, dopo un viaggio durato due mesi, per avere l'investitura ufficiale di arcivescovo di Canterbury, attesa da almeno quattro anni. Dopo essere stato ricevuto da Papa Giovanni XV, Sigerico dette fondo alla sua curiosità e visitò, in due giorni, ventitré chiese di Roma. Sigerico, in tutto, rimase tre giorni a Roma. Poi prese la via del ritorno. Scrive Giovanni Caselli in "La via Romea", guida edita da Giunti nel 1990: “E' per puro caso se conosciamo in dettaglio le tre giornate romane dell'arcivescovo e le settantanove tappe - con tutta probabilità, i pernottamenti - del suo viaggio di ritorno verso La Manica. Il percorso è trascritto in appendice a un elenco di papi del X secolo, conservato alla British Library di Londra”. Sigerico, invisibile in politica, fu un'eccellenza in campo culturale. “Istruito e patrono delle lettere, - rileva Caselli - raccolse una considerevole biblioteca che, nel proprio testamento, lasciò alla cattedrale di Canterbury”.Si ritiene che sia morto il 28 ottobre 995.
San Genesio e Cappiano. L'antico Vico Wallari, ai piedi di San Miniato (Pisa), sta venendo alla luce poco a poco, grazie agli scavi. E si capisce che fu insediamento molto importante, prosperò per almeno tre secoli (dal X al XIII), tappa obbligata sulla via Francigena , prima dell'attraversamento dell'Arno, l'Arno Bianco, che aveva un percorso diverso, in quel tempo. Che si attraversava con il ponte di Bonfiglio, distrutto da una piena, una delle tante dell'Arno, dirimpetto a Fucecchio. Lì dov'era una chiesa, anch'essa distrutta. Poi ricostruita nella parte alta del castello. Sul Poggio Salamartano, per dare il via a quel complesso religioso - Collegiata, abbazia di San Salvatore, monastero - che si può ammirare ancora oggi. Considerato unico in Toscana. Balcone sulla valle dell'Arno. Il Poggio Salamartano fa il paio, per fascino, con la Rocca Corsini, recuperata. Legati, tutti e due, da Piazza Maggiore (l'attuale piazza Vittorio Veneto), che mostra le sue origini medievali e un fascino che neanche le auto riescono a cancellare.La via Francigena entrava nel castello, lo attraversava, per inoltrarsi nella zona palustre. Altro passaggio obbligato, a Cappiano, l'Usciana : allora Gusciana ma anche Arno Nero, per le sue acque limacciose, emissario del Lago, ricco di pesci (per Firenze) e fonte di malanni (per gli abitanti). Più epatiti che malaria. Un ospedale dei Cavalieri del Tau in aiuto ai pellegrini. E il ponte mediceo dà testimonianza di un passato non indifferente. Eppoi l'inizio delle Cerbaie,. E Galleno, con lo spedaletto, dove il selciato della via Francigena è ancora visibile per un bel tratto, verso Altopascio, Le Hopital, per Filippo Augusto, re di Francia, che ci passa nel 1191 e ne capisce tutta l’importanza.
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