Sicurezza
Sembravano tanti volantini e invece erano le bombe
La testimonianza di un empolese testimone del primo bombardamento sulla città Giuseppe Bellucci vide arrivare gli aerei americani: «C’era il sole e il loro carico luccicava»
EMPOLI. “Empoli sotto le bombe, i racconti di Santo Stefano”, è stato questo il titolo che ci sembrava più adatto a ricordare uno degli eventi più tristi per la città durante il passaggio della seconda guerra mondiale. Ricordarlo nel settantesimo anniversario non ci pareva cosa da poco, e allora abbiamo lanciato l’idea. Il nostro appello a farci giungere in redazione le testimonianze sul bombardamento di Empoli del 26 dicembre di settant’anni orsono non è caduto nel vuoto, e siamo già in grado di pubblicare le prime tre testimonianze inedite, tutte raccolte da testimoni oculari di quei tristi avvenimenti.
La testimonianza, si sa, è sempre un qualche cosa di intimo, di personale, e spesso tanti ricordi, soprattutto quelli più difficili da dimenticare, rimangono sepolti fra le pieghe della memoria; talvolta in circostanze particolari riaffiorano, e ci raccontano di un tempo che fu che non va dimenticato. E nelle testimonianze c’è una Empoli che fu e soprattutto ci sono gli empolesi di un tempo andato che ogni tanto è bene ricordare.
Il primo a farci pervenire la testimonianza del padre, testimone oculare del bombardamento del 26 dicembre, è stato Francesco Bellucci. «Mio padre, - ci dice Francesco - Giuseppe Bellucci è nato a Empoli nel 1933 e vi ha sempre vissuto fin oggi. Ha lavorato prima come mezzadro e poi come operaio nella vetreria Taddei/Olimpia. Ha vissuto la guerra in prima persona con gli occhi di un ragazzo e i suoi racconti sul bombardamento, i tedeschi in casa, il passaggio del fronte, gli inglesi in casa, la rappresaglia tedesca con la fucilazione dei 29 empolesi mi hanno sempre affascinato. Quando ho letto della vostra proposta di reperire racconti sul bombardamento gliel'ho subito segnalata, e sono stato contento di scrivere il suo resoconto di ragazzo mentre raccontava. Anche se lo spazio a disposizione non era molto, visto che aveva cominciato a snocciolare una serie infinita e commovente di lontani ricordi».
Chissà quante testimonianze non sono state raccontate a nessuno, e chissà quante di queste avrebbero meritato di essere salvate a futura memoria. Tutte, aggiungiamo noi. E con l’auspicio che ne arrivino tante altre, anche sui temi che andremo ad affrontare nei prossimi mesi, sempre in occasione di anniversari della seconda guerra mondiale, cominciamo a leggere le prime. Il racconto di Giuseppe Bellucci, detto “Renzo”. «Mi ricordo sempre quel giorno di Santo Stefano del 1943 - racconta - Avevo dieci anni e vivevo a San Martino, insieme alla mia famiglia in una delle case padronali di Carlo Del Bravo, padrone del castello e delle terre del Cotone. Quel giorno era una splendida giornata di sole, il cielo era limpido e tirava un bel vento di tramontana. Dopo i giochi della mattina e un modesto desinare con la famiglia, uscii nel cortile. Ero vicino al pozzo quando sentii un rumore insolito, un rombo lontano. Aerei in avvicinamento. Il rumore si fece via via più imponente ed eccoli apparire nel cielo a gruppi di tre. Un intero stormo che volava alto, ma non troppo, tanto che pensai che qualcuno con una buona mira e un buon fucile se gli avesse sparato contro avrebbe potuto colpirli; ma quel giorno, a Empoli non c'era nessuno, né un soldato, né una contraerea; il fronte era lontano». «Questi aerei, arrivati nei pressi di Carraia allargarono la loro formazione e sganciarono il loro carico che luccicava al sole, e credetti per un po' che fossero solo dei volantini - va avanti Bellucci - Venivano giù troppo velocemente però. Erano bombe. Le traverse di quercia della ferrovia volarono per aria come stuzzicadenti e tutta Empoli fu avvolta dal denso fumo delle esplosioni. Spaventato mi tirai verso il pagliaio e aspettai il rumore delle esplosioni, la terra vibrò e i vetri della casa tremarono. Il bombardamento non durò che pochi minuti e, mentre il fumo si diradava un poco il babbo mi disse: “Vado a vedere quel che è successo”, e partì sulla sua vecchia bicicletta».
«Arrivato in via dei Cappuccini vide di tutto - va avanti nel racconto Bellucci - barrocciai che trasportavano cadaveri mezzi flagellati, feriti e macerie ovunque e il piccolo sottopassaggio allagato dall'acqua del serbatoio della stazione». La stazione era stata distrutta e tutto intorno morti, disperazione e macerie. Scene che anocora gli empolesi non avevano visto.
« Gli empolesi erano tranquilli quel giorno di Santo Stefano - conclude la sua testimonianza l’empolese superstite - non s'aspettavano certo un attacco del genere, nessuno aveva dato un qualsiasi segnale d'allarme. Gli aerei venuti di verso Pisa arrivarono, scaricarono il loro carico di morte e se ne tornarono via».
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