Il Tirreno

Empoli

Da operai a schiavi nell’inferno dei lager per uno sciopero

di Filippo Cioni
Da operai a schiavi nell’inferno dei lager per uno sciopero

La medaglia d’onore del Presidente della Repubblica a 6 empolesi delle vetrerie Taddei deportati per rappresaglia

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EMPOLI. «Perché avete scioperato?» – avevano chiesto furibondi i tedeschi agli operai delle vetrerie Taddei – «adesso imparerete a lavorare in Germania». Saffo Morelli aveva solo quattordici anni quando venne arrestato, lui che su due piedi non aveva capito quell’insulto brutale. Era ai primi passi nell’arte vetraria.

A Mauthausen e poi a Ebensee al posto del vetro gli toccò lavorare la pietra, piegato sotto le sferzate dei suoi aguzzini. Si salvò, cosa che non accadde al suo compagno Silvano Gasparri e a suo padre Tommaso. Non sono mai più tornati dall’inferno dei campi di sterminio nemmeno Giuseppe Bagnoli e Giuseppe Nencioni. Erano tutti empolesi, accomunati dallo stesso destino.

Nel 1944 lavoravano per le vetrerie Taddei, l’8 marzo la rappresaglia tedesca sulla popolazione civile, in risposta allo sciopero generale che fu organizzato ai primi del mese in tutta l'Italia occupata, li prese dal mucchio e li indirizzò verso i campi di concentramento.

Oggi il loro ricordo sopravvive nella voce dei parenti che abbiamo incontrato e che oggi nel “Giorno della Memoria” riceveranno in Prefettura a Firenze le medaglie d’onore del Presidente della Repubblica, dedicate ai loro cari e a un altro empolese, Loris Valori (del quale non ci è stato possibile contattare i parenti). Alla cerimonia di consegna, in programma alle ore 17, parteciperà anche il Comune di Empoli con il civico Gonfalone rappresentato dall'assessore Arianna Poggi. In tutto sono 23 i riconoscimenti di quest’anno che saranno conferiti dal prefetto Luigi Varratta e dai sindaci dei comuni di provenienza degli insigniti (Firenze, Bagno a Ripoli, Barberino di Mugello, Certaldo, Firenzuola, Figline-Incisa Valdarno, Empoli, Marradi, Montelupo Fiorentino, Sesto Fiorentino).

Saffo Morelli. È stato l’unico che è tornato a casa vivo. Aveva quattordici anni quando, l’8 marzo 1944, lavorava al turno di notte nelle vetrerie Taddei. Venne deportato insieme ad altri 25 operai empolesi. La prima destinazione fu l’Austria e Mauthausen dove Saffo smise di essere un uomo e divenne una matricola: la 57287. Più volte negli anni dopo la sua liberazione Morelli ha ricordato delle condizioni terribili che lui e gli altri prigionieri furono costretti a subire, a lavorare a 15 gradi sotto zero vestiti solo in camicia e mutande sotto continui soprusi. Poi fu mandato a Ebensee dove lavorò per un po’ di tempo in una cava di pietra.

«La nostra dotazione era aumentata – raccontava Morelli – avevamo anche un paio di pantaloni e una giacca, un cappotto e un berretto a strisce. Qui ci depilarono di nuovo, io ero un ragazzino e non avevo ancora la barba ma per non essere picchiato fui costretto a radermi. Lavoravamo in una cava di pietra, un lavoro massacrante. Il 90% moriva ed io era addetto al trasporto dei cadaveri in una fossa e da qui ai forni crematori».

Dopo tornò di nuovo a Mauthausen prima di essere deportato a Florindsdorf e infine a Gusen. Il 5 maggio 1945 venne liberato dagli americani, tornò a Empoli passando per il lago di Garda e Milano.

Dove ricevette abiti civili, poi andò ancora in treno a Firenze e dunque a Empoli. Qui un amico, ricordava Morelli in vita, fece la staffetta in bicicletta dalla stazione alla sua casa annunciandone il ritorno.

«E' facile immaginare la festa – ricordava Morelli – trovai tutti i parenti ad aspettarmi a casa. I miei fratelli non mi riconoscevano più».

Saffo Morelli morì il 6 marzo del 2000 a settant’anni.

Tommaso Gasparri e il figlio Silvano. Avevano rispettivamente cinquantasei e sedici anni il giorno della deportazione. «Come tutti gli altri vennero condotti subito a Mauthausen – racconta Sandra Guerra, nipote di Silvano Gasparri che si commuove nel ricordare le figure dei suoi cari – dove furono divisi. Lo zio fu condotto a Ebensee mentre mio nonno restò a Mauthausen. A Ebensee lo zio incontrò Saffo Morelli che aveva due anni meno di lui, lavoravano insieme alla cava di pietra e si fece male ad una gamba. Pensando di aiutarlo, Saffo fece di tutto per mandarlo in infermeria e ci riuscì. Ma lo condannò, involontariamente e senza saperlo, a morte. Infatti i tedeschi cremarono molti degli operai che non ritenevano più abili a lavorare. Li prelevavano dalle infermerie e li mandavano a morte nei forni crematori. Mio zio morì il 2 ottobre 1944. Morelli si è sempre sentito in colpa per questa cosa, me lo ha sempre confidato. Di fatto però colpe non ne ha mai avute. Per quanto riguarda mio nonno Tommaso, invece, il caso volle che morisse il 5 maggio 1945. Il giorno stesso in cui gli americani liberarono il campo di sterminio dove era imprigionato».

Sandra e i suoi familiari non hanno mai trovato il corpo di suo nonno. «Quasi certamente - dice la donna - fu collocato in una fosse comune, stessa fine di tanti altri deportati». Oggi lei e gli altri parenti delle vittime dello sterminio nazista riceveranno le medaglie d'onore.

«Sono passati quasi settant’anni – dice la donna – forse anche troppi. La cosa importante però è non dimenticare queste persone e queste storie. Anche perché oggi diretti testimoni ce ne sono sempre meno al mondo e dunque è importante anche portare i nostri figli nei luoghi dello sterminio, fargli conoscere la storia».

Giuseppe Nencioni. C’era anche lui sul treno diretto a Mauthausen l'8 marzo del 1944. Venne deportato da Empoli con il figlio Nedo. Da Mauthausen i due furono mandati a Ebensee dove Giuseppe trovò la morte mentre Nedo riuscì a sopravvivere e venne liberato.

«La nostra famiglia era originaria di Livorno – spiega il nipote di Giuseppe, Luciano Nencioni – e per la guerra era sfollata ad Empoli. Mio nonno con mio padre avevano trovato lavoro alle vetrerie Taddei da dove poi furono deportati. Nei campi di concentramento sopravvisse solo mio padre Nedo. Quando con mio nonno vennero portati ad Ebensee i due si persero di vista e mio padre non vide più il suo. Non ha mai saputo esattamente che fine abbia fatto, anche se è possibile immaginarlo. Dopo mio padre – ricorda Luciano con emozione – ha girato le scuole della zona, ha partecipato a convegni e ai viaggi della memoria organizzati da Provincia di Firenze e Circondario Empolese-Valdelsa per portare la sua testimonianza diretta».

Giuseppe Bagnoli. «Mio nonno paterno non l’ho mai conosciuto direttamente – racconta invece Alessandro Bagnoli parlando del nonno Giuseppe – mi ha tenuto in braccio quando avevo pochi mesi di vita. Poi venne deportato e io e lui non ci siamo più incontrati. Ovviamente non posso avere un ricordo chiaro di lui, tutto quello che so mi è stato raccontato dai miei genitori». Giuseppe Bagnoli era nato a Empoli nel 1881, faceva il contadino ma per guadagnare qualcosa in più decise di andare a lavorare alle vetrerie Taddei.

«Aveva 63 anni, racconta il nipote Alessandro – quando venne deportato nel 1944 io avevo appena otto mesi. Fu portato anche lui a Mauthausen dove rimase per appena sei mesi».

«Morì il 18 settembre 1944 nel castello di Hartheim, dipendenza di Mauthausen. Uno dei sei centri per l'applicazione del programma di eutanasia scelti da Hitler».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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