La manifestazione
Prega per l’omicida del marito «Ecco perché l’ho perdonato»
La testimonianza della vedova del carabiniere massacrato vicino a un rave party «Voglio che questa morte possa servire a recuperare il ragazzo che lo ha ucciso»
MONTELUPO. Il convegno della Caritas si chiude a sorpresa con una testimonianza forte e toccante che bene incarna i pilastri della fede e della carità. A conclusione dell’appuntamento diocesano con il vescovo ausiliare Claudio Maniago, che quest’anno per la provincia di Firenze si è svolto al cinema Mignon, c’era Claudia Francardi, la vedova dell’appuntato Antonio Santarelli ucciso, in Maremma tre anni fa, da un giovane al quale aveva contestato la guida in stato di ebbrezza. La donna è venuta nella terra dove è nato e vissuto il ragazzo, Matteo Gorelli di Cerreto Guidi, che ha ammazzato suo marito. Ma non solo: sul palco del Mignon, accanto a lei, ci doveva essere anche la madre del giovane, a testimonianza di un percorso di riconciliazione che le due donne stanno portando avanti. Irene Sisi, questo il suo nome, non era presente al Mignon perché colpita dall’influenza ma Claudia Francardi ha saputo trasmettere bene alla platea l’indissolubilità del legame stretto dalle due donne. «Per dare un’altra possibilità a Matteo, perché la morte di un uomo serva a qualcosa». E per questo, a breve, Irene e Claudia costituiranno un’associazione fondata su questo loro comune sentire.
Quello che, in generale, è conosciuto come il “massacro di Sorano” avvenne il 25 aprile di tre anni fa. Matteo Gorelli era in auto con tre amici (tutti minorenni all’epoca dei fatti) e stavano andando a un rave party. Prima di arrivarci furono fermati da due carabinieri, Antonio Santarelli e Domenico Marino. È da qui che partì il massacro: Santarelli, preso a bastonate in testa, è rimasto in coma per oltre un anno e poi è morto. Marino, invece, è rimasto senza un occhio. E Gorelli è stato condannato prima all’ergastolo in primo grado e poi in appello a venti anni. Per gli altri tre il processo si svolgerà tra un anno. «Per me il 25 aprile rappresenta l’anno zero - ha iniziato la sua testimonianza Claudia Francardi parlando a braccio e non nascondendo le lacrime di fronte alla platea del Mignon - prima eravamo una famiglia normale che interessava a pochi, con i nostri alti e bassi e con un figlio di 13 anni molto legato al padre». Poi l’abisso: «Quando Antonio era in ospedale - ha continuato - ho sperato nel miracolo e non volevo parlare neppure con i medici». Poi il coma vegetativo e la morte: «Quando arrivò l’accolsi come una liberazione - è andata avanti la vedova - pur essendo credente avevo quasi abbracciato la strada dell’eutanasia perché non riuscivo più a vederlo in quelle condizioni». E da qui, dopo ancora tanto dolore e la depressione, la svolta. Prima nel risvolto più intimo: «Piano piano mi sono accorta - ha spiegato - che il miracolo stava accadendo dentro di me, non avrei mai creduto di riuscire a sopportare la perdita di mio marito». E poi rispetto all’odio: «Inizialmente quando vedevo Matteo alle udienze del processo sentivo la necessità di farmi vedere da lui, doveva sapere come ci aveva ridotto, io e mio figlio. E quando seppi che lo avevano mandato nella comunità di don Mazzi mi arrabbiai. Ero ancora nell’inganno della vendetta e nel desiderio di farlo star male. Poi una volta Matteo si girò verso di me, iniziò a piangere e si accasciò su sè stesso». Da qui partì il desiderio di dare a Matteo Gorelli un’altra possibilità. «Sua madre Irene mi scrisse una lettera chiedendomi scusa e ci siamo incontrate. Poi venne a trovare Antonio». Iniziò un cammino di riconciliazione. «Ho iniziato a pregare per lui », ha continuato la vedova . E ricorda un fatto particolare: «Quando gli dettero l’ergastolo a me venne da vomitare e da piangere . Lui, invece, mi sorrise perché, come mi spiegò dopo, riteneva giusta questa pena. Si erano ribaltati i piani». Tra in due ci fu l’incontro a Milano, era il 28 gennaio 2013. «Chiesi a don Mazzi - ha raccontato ancora - di rimanere con noi perché avevo paura di avere una reazione violenta. Invece non ce ne fu bisogno, abbiamo pianto insieme e ci siamo abbracciati». «Avevo bisogno di vedere quelle mani che avevano ucciso mio marito - ha continuato - e gli misi in mano un rosario che avevo preso a Medjugorje, è stato questo che ci ha uniti. E ora lui lo porta con sè».
Claudia Francardi è stata criticata per la scelta di perdonare Matteo Gorelli e la sua famiglia non l’ha seguita. «La madre di mio marito non condivide questo percorso - ha detto - così anche mio figlio mi dice “io non riesco mamma, non posso prendere questo treno (lo chiama così) ma mi fido di te». «Io non mi vergogno e non sono pazza - va avanti la donna - anche se è una strada difficile e qualcuno mi ha detto anche che faccio questo per andare in televisione. Invece io penso che per essere cristiani dobbiamo anche metterlo in pratica». «E non penso - conclude - che Dio mi abbia punito, con il dolore ci si apre e io devo mettere a frutto la morte di mio marito cercando di recuperare questo ragazzo».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
