Sicurezza
Aveva un cruccio da mesi: un intervento banale
Uno degli amici più intimi: «L’operazione era al ginocchio e lui si era costruito la convinzione di non poter camminare più, di non riuscire ad accudire la madre»
EMPOLI. «Non riesco a darmi una spiegazione». Con le lacrime agli occhi parla di getto, un ricordo dopo un altro, senza mai fermarsi. E ancora incredulo di fronte all’abitazione dove era venuto centinaia di volte a trovare il suo amico. Fernando Caporaso, coetaneo e amico del cuore di Piero Taddei, non riesce a darsi una spiegazione dell’omicidio-suicidio.
Raptus o piano premeditato, non capisce come sia arrivati a questo epilogo. E in più gli arriva anche un rimorso: «Stamani (ieri mattina, ndr) sono venuto a comprare alcuni sacchi di mangime da un rivenditore proprio qui a Marcignana. Volevo fermarmi a casa sua ma poi ho pensato che ci sarei venuto nel pomeriggio e sono tornato a casa a Empoli. Se mi fossi fermato ... forse tutto questo non sarebbe accaduto».
E poi continua a rimuginare. L’amico, oltre ad accusare questo rimorso, non si dà pace, non riesce a capire come «quella depressione che Piero aveva manifestato negli ultimi mesi abbia potuto provocare tutto questo». Cosa sarà avvenuto nella sua testa», continua a chiedersi. Fernando ne aveva parlato più volte con Piero e con sua moglie Anna. «Da alcuni mesi aveva iniziato ad accusare questi dolori - racconta insieme a sua moglie - aveva fatto tutti gli accertamenti e gli avevano consigliato di operarsi. Siccome a Fucecchio avrebbe dovuto aspettare un anno, aveva deciso di andare a Firenze, a villa Ulivella. L’operazione era stata programmata per gennaio. Ma lui si era convinto che, dopo quest’intervento non sarebbe tornato a camminare, non sarebbe stato più autosufficiente e non avrebbe più potuto accudire la madre. E questa prospettiva che si era costruito nella mente lo inquietava».
Tanto che aveva già venduto anche i cani che portava nelle sue battute di caccia. «Senza motivo però- aggiunge Caporaso - perché l’operazione era semplice, si trattava di mettere una protesi, un intervento definito dagli stessi medici di routine. Come ne fanno centinaia e centinaia ».
Ma l’ex docente non si convinceva in nessun modo. «E allora - continua Fernando Caporaso - avevo cominciato a dirgli che forse doveva andare a farsi aiutare da uno psicologo. La sua risposta era stata negativa, mi disse che non gli serviva questo tipo di medico. Io cercavo sempre di fargli forza. E anche l’ultima volta gli dissi che i calciatori, molto più giovani di lui, a volte accusano le stesse problematiche alle ginocchia. E che non poteva pensare di essere in forma come quando aveva venti anni».
Anche l’ultima volta che lo ha visto, alcuni giorni fa, quando Caporaso venne con sua moglie a portargli un po’ di olio di sua produzione. «Venni per portargli un po’ di conforto - racconta ancora - abbiamo fatto tutti insieme la fettunta. E lui era giù. Ma mai mi sarei immaginato che oggi potesse arrivare a fare quello che ha fatto».
Anche perché era una «persona come se ne trovano poche». «Per me - continua Caporaso - era come un fratello. Una persona onesta, brava, competente nel settore in cui aveva lavorato. Sempre pronto ad aiutare chi conosceva e non solo loro». Anche dal punto di vista delle relazioni, «con Piero si stava bene in compagnia - aggiunge l’amico - andavamo a caccia insieme e spesso eravamo a cena insieme anche con altri amici comuni». Sorridente e sempre pronto al dialogo.
Tutto questo fino a due mesi fa. Poi l’inizio del buio che è finito ieri pomeriggio.
Lucia Aterini
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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