Il Tirreno

Empoli

L’industria del vetro punto d'eccellenza celebre nel mondo

di Paolo Santini

Il giornalista Alvaro include Empoli in “Itinerario italiano” Alla ricerca di un'umanità sofferente in lotta ogni giorno

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EMPOLI. Della visita a Empoli di Corrado Alvaro, giornalista e scrittore che meglio di chiunque altro ha saputo cogliere già agli inizi degli anni Quaranta del Novecento i caratteri di una società in trasformazione, ben prima della bufera bellica e in un momento in cui il paese sembrava essenzialmente destinato alla ruralità, abbiamo già fatto cenno su queste pagine. Arrivò qui nell'estate del 1940, nel suo girovagare che avrebbe dato poi vita allo straordinario "Itinerario italiano", un viaggio raccontato in cui il giornalista scandaglia la penisola alla ricerca di quella «umanità sofferente in lotta quotidiana contro difficoltà di ogni genere ma risolutamente attaccata al proprio lavoro»; da questa ricerca emergono i ritratti dei coloni della Bassa padana, come le popolazioni silenziose della Calabria più dura e rocciosa, o come gli operai laboriosi della Toscana meno celebrata. A Empoli giunge per entrare nelle vetrerie, questa poderosa industria che aveva cambiato il volto della città, sviluppatasi in pochi anni e ormai celebre in tutto il mondo come punto d'eccellenza delle italiche glorie; ma giunge soprattutto per i vetrai, l'anima delle fabbriche, per parlare con loro, per restituire degnamente a ogni italiano il ritratto di ciò che si trovava dietro a quell'oggetto misterioso che adornava all'epoca tutte le tavole tricolori: il fiasco. Con vino rosso, ma di vetro verde. D'Empoli, naturalmente. O tanti altri oggetti di uso quotidiano, così fragili eppure così immortali.

«La fragilità del vetro è una cosa di cui bisogna ricordarsi ad ogni momento, abituati come siamo a circondarsi di cose non fragili. A un certo punto vien quasi il panico di quella estrema deperibilità. Ecco cose fatte per consumarsi; eppure esistono vetri di mille e duemila anni di vita disseppelliti dalla terra dove hanno dormito per secoli. S'immagina quanti esemplari, a migliaia si sono rotti per uno che ha varcato il tempo. Fuori, a perdita d'occhio, ci sono i depositi delle damigiane e dei fiaschi nudi, separati da muriccioli tra magazzini confinanti. Paiono orti di grosse zucche; i fiaschi si levano a pareti sotto le tettoie, con tutti i toni del verde. È un mondo assai precario. Ma in un altro magazzino chiuso, le oliere all'infinito, le bottiglie, quegli oggetti che noi consideriamo come presenze e forme nelle case, qui acquistano quasi aspetti di tribù; a momenti quelle oliere che sono come due sacchetti legati sembrano una famiglia immensa di fratelli siamesi; altre oliere da trespolo, coi loro turaccioli, paiono delle bambine con la testina e il collaretto; e su questo tema, all'infinito, gli operai che limavano gli orli dei vetri con le macchine, sembrava avessero da fare con un mondo infantile o nano, che si fosse moltiplicato allo stesso modo degli animali, per generazione, e le razze diverse erano i diversi colori d'ognuno sotto le stesse forme. E i vasi per fiori, gli ornamenti dei salotti, aprivano bocche mostruose e sembravano pezzi d'anatomia. C'erano violente simpatie e antipatie; ognuno di quegli oggetti ricordava un ambiente, i comodini da notte, le avide bevute notturne nel bicchiere trovato a tastoni, la bottiglia della camera d'albergo, il bicchiere dell'osteria, le rotture in casa e il nuovo rifornimento di vetri, e gli ospedali, i cestini da viaggio. E si scorgevano vecchie forme, antichissime, della nostra infanzia, o di paesi visitati. Oggi escono da ognuna di queste fabbriche trentamila pezzi di vetro comune al giorno, e trecento di vetro artistico. È un lavoro che ha il carattere del lavoro comune come una scuola; il forno del vetro è come un gran calamaio cui attingono tutti, e in circolo ognuno si dispone con la sua canna. È come se concertassero degli strumenti. Dev'esser la stessa emissione del fiato, tant'è vero che ogni esemplare è uniforme, e fra l'uno e l'altro non v'è che un'oscillazione media di venti grammi di peso. Il soffitto è altissimo, di travi e d'assi, come d'un'antica fabbrica o d'un'antica chiesa; il gruppo degli operai sta raccolto in mezzo, tra i potenti ventilatori e le finestre; su una tabella, col gesso, sono scritti gli evviva e gli abbasso delle passioni quotidiane degli operai».

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