Italia
Terrazzamenti a rischio scomparsa ma nessuno li tutela
Sul Montalbano ci sono 780 chilometri di muri a secco Solo pochi euro a disposizione ma ne servirebbero milioni
VINCI. L'allarme lo abbiamo lanciato da anni, ma adesso il nostro grido rischia di essere fra gli ultimi. Non c'è più tempo, e le istituzioni preposte dovrebbero capirlo, aldilà dei proclami e delle parole proferite sempre in pompa magna quando si parla di "paesaggio toscano" ma altrettanto spesso senza seguito. In particolare, la Regione Toscana e le istituzioni europee. Queste ultime in realtà, con l'approvazione delle linee guida per la politica agricola comunitaria di prossima attuazione, sembrano aver compreso - e sarebbe un vero miracolo - il grave stato di emergenza di un certo tipo di paesaggio rurale e di una certa agricoltura che ivi si sviluppa, lasciando nelle pieghe delle nuove disposizioni più di una possibilità, rivolta a chi poi dovrà in concreto applicare le disposizioni (gli stati, e, per quanto ci riguarda, in virtù della normativa italiana, soprattutto la Regione) di prestare aiuto a chi coltiva in aree marginali e svantaggiate dal punto di vista produttivo come quelle del Montalbano o in genere in aree terrazzate.
E il problema non è solo di un comune o di una provincia, anche perché ad esempio sul Montalbano di comuni ce ne sono molti e di province ce ne sono tre, più un'unione di comuni. Solo sul Montalbano di muretti a secco, opere accessorie e visibili di ciclopiche sistemazioni agricole avvenute nel corso dei secoli per strappare terreno coltivabile al bosco, ce ne sono 780 chilometri. E tante altre opere, magari meno visibili ma altrettanto importanti per la regimazione delle acque meteoriche, come i canali di scolo e gli acquidocci, sono andate ormai irrimediabilmente perdute. Eppure, almeno sul Montalbano, lo strumento che potrebbe guidare gli interventi ci sarebbe già. Si tratta di uno studio promosso alcuni anni orsono dall' Ente Cassa di Risparmio di Firenze e dalla sua fondazione parchi monumentali Bardini e Peyron, in collaborazione con l'Università di Firenze, confluito poi in una bella pubblicazione nella quale furono lasciati nero su bianco i risultati delle indagini. Certo, le ultime annate invernali, con piogge continue, hanno contribuito a peggiorare una situazione già precaria, ma l'incuria e il degrado di queste opere ormai è datato, sono da troppi anni in stato di abbandono. E quando crollano i muri nessuno, a causa degli altissimi costi, li ricostruisce. Se ne è parlato molto negli anni scorsi, sono arrivati in queste zone per affrontare il problema della salvaguardia e della tutela dell'identità del paesaggio terrazzato studiosi del calibro di Antonio Paolucci e Paolo Baldeschi. Adesso però, sarebbe ora di correre ai ripari con azioni concrete, anche perché se si continua a parlarne senza intervenire fra qualche anno i muretti non ci saranno davvero più.
Alcune amministrazioni locali hanno inserito fondi in bilancio per agevolare la ricostruzione, ma sono pochi spiccioli, a fronte dei milioni di euro che servirebbero per un intervento massiccio e duraturo. «Il Montalbano è un territorio fragile. Bisogna innovare sì, ma secondo regole che permettano di mantenere l' identità del paesaggio» affermava Paolo Baldeschi, docente di pianificazione territoriale del dipartimento urbanistica dell' università di Firenze, e coordinatore della ricerca, più volte ospite di convegni internazionali sul paesaggio, l'ultimo nel 2011 a Vinci. «Il nostro paesaggio rischia di sparire, bisogna fare qualcosa in concreto per salvarlo. Partendo dalla conoscenza del territorio: basi scientifiche e tecniche per arrivare a definire regole e indicare progettazioni. Così si tutela il paesaggio, la vera sfida è abbinare tradizione e sviluppo economico».
Ma adesso il tempo stringe. «La campagna toscana - affermava Henri Desplanques - è stata costruita come un'opera d'arte. Questa gente si è costruita i suoi paesaggi rurali come se non avesse altra preoccupazione che la bellezza. La campagna toscana è sistemata come un giardino». Parlava del paesaggio costruito faticosamente dall'uomo nel corso dei secoli, di cui i muretti a secco dei terrazzamenti sono la spina dorsale. «Rimettere a posto tutti i muretti a secco costerebbe una fortuna - proseguiva Baldeschi - servono politiche articolate. Alcuni devono essere conservati altri abbattuti altri trasformati. Il punto è che il peso di questi interventi non può ricadere solo sul singolo agricoltore, che finisce per essere schiacciato da vincoli e spese: i benefici di un paesaggio che conserva le sue caratteristiche tradizionali porta beneficio a tutti». I problemi di conservazione delle strutture rimaste di questi terrazzamenti sono evidenti. Ormai le coltivazioni intensive, dove predomina incontrastato l'olivo, ed il dannosissimo metodo del rittochino hanno già stravolto il paesaggio del Montalbano. I canali di scolo principali sono o scomparsi o completamente interrati, e la scomparsa di molte strade poderali rende difficilmente raggiungibili le aree terrazzate. In alcuni casi il bosco sta riprendendosi inesorabilmente ciò che gli era stato tolto dall'uomo faticosamente secoli fa.
Tutta la zona collinare del Montalbano meridionale è stata sistemata, nel corso dei secoli, con imponenti opere di terrazzamento, realizzate per rendere coltivabili aree altrimenti improduttive. La fascia di territorio dove per prima è intervenuta l'opera dell'uomo, già dai tempi dello stesso Leonardo Da Vinci, è quella che arriva immediatamente a ridosso dei borghi abitati di Vinci e Vitolini da una parte, e di Castra nel comune di Capraia e Limite; lo stesso fino a Porciano per Lamporecchio e così via fino a Serravalle Pistoiese. Nelle zone più a nord l'opera di terrazzamento è più recente ed è databile progressivamente a partire dal Settecento in poi, soprattutto su impulso dei granduchi lorenesi. La realizzazione del terrazzamento interviene in un processo lento di costruzione del paesaggio, dove la necessità è quella di modificare i luoghi naturali per creare campi pianeggianti adatti alle coltivazioni laddove naturalmente c'era il declivio.
Paolo Santini
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