Sicurezza
Lanfranco Catastini dal giornalismo all’industria conciaria
«Rinunciai alla carta stampata per non far piangere mamma» La prima azienda a Ponte a Egola con Spartaco Giannoni
FUCECCHIO. Presidente della Cassa di Risparmio di San Miniato («ho un buon ricordo»), nominato cavaliere del lavoro («mi sono impegnato molto per l'industria conciaria»), ha fatto sport agonistico («podismo, da studente universitario), maestro di scuola a Santa Croce («nell’immediato dopoguerra»). Ma c'è qualcos'altro che appassionava Lanfranco Catastini, e che è rimasto un sogno nel cassetto? Non ci sta a pensare, e risponde: «Il giornalismo». Poi raduna vecchi ricordi, e rievoca: «Durante la seconda guerra mondiale, dalla Grecia avevo scritto alcuni articoli per Il Telegrafo, che usciva nel pomeriggio. Corrispondenze vivaci sulle località, sulla gente, all'epoca conosciute soltanto sui libri. In precedenza, per pubblicare qualcosa, avevo contattato un certo Bitossi, corrispondente da Pisa. Avevo in mente di fare il giornalista». Continua, rivivendo quel sogno: «Quando poi tornai dalla prigionia, sono stato più di tre anni recluso in Egitto, andai a Milano dal vicedirettore del Corriere della Sera. Gli feci leggere i miei articoli pubblicati, a lui piacquero. Mi parlò chiaro: “Se vuol venire a Milano le trovo nel gruppo editoriale un lavoro, ma non a tempo pieno. Trovi dunque qualcos'altro da fare”. E io non persi tempo. Avevo un amico in città che mi aiutò ad avere un altro impiego secondario per mantenermi». E poi? «Nacque un problema in casa a Santa Croce. Mia madre Elvira non voleva che mi allontanassi di nuovo, Milano era lontano. Piangeva tutti i giorni, e allora presi la mia decisione. C'era un amico, Spartaco Giannoni, che veniva spesso a casa mia perché aveva voglia di fare qualcosa. Così si prese la decisione di avviare una piccola conceria a Ponte a Egola, si chiamava Pegaso. Avemmo sùbito successo con le spalle al vegetale, di qualità, che si vendevano a quei tempi a Gucci. Così rinunciai al giornalismo, per rendere contenta mia madre». Alla moglie Flora, presente all'intervista, ho chiesto se avrebbe visto con piacere il marito giornalista. «Io sarei stata felice, sono per metà milanese, mi sarei riavvicinata alla città. Anche se con Lanfranco ci siamo conosciuti a Galleno, dove avevo una casa».
Ma oggi fare l'industriale è più facile o più difficile? «Al tempo della grande espansione delle concerie - riprende Catastini - erano sorde certe banche, dicevano che la conceria era ormai matura, aveva fatto il suo tempo. E io a quei tempi mandai a dire a questi bancari che si sbagliavano di grosso. E ho avuto ragione. E ritengo di avere ancora ragione a sostenere che nella nostra zona, malgrado le difficoltà di approvvigionamento del pellame grezzo, o per come non si comportano affatto bene certe banche per il credito, io ci vedo tuttora un avvenire».
E spiega: «Posso dire, per esperienza, che il comprensorio del cuoio è tuttora il centro mondiale per la lavorazione della pelle di moda. E sono pronto a scommettere che lo rimarrà ancora per diverso tempo. Perché la Cina e l'India hanno dimostrato sì di prendere un grande parte del lavoro, però non sono mai primi in novità. E le pelletterie americane sono tornate a produrre in Italia, a Scandicci. E' un grande polo toscano, insieme al nostro pellame, frutto di ricerca e innovazione tecnologica. Pertanto, pur con tutte le difficoltà che ci sono, compreso il costo del lavoro più alto rispetto ad altri Paesi, ritengo che rimarremo leader».
Ha fondato uno dei primi gruppi conciari, il David group. «È stato uno dei più importanti del mondo, di cui ci sono ancora gli eredi. Per dirne una, la conceria Caravel, che nel campo dei rettili di lusso è la numero uno. La conceria David ebbe un gran successo con i bufali, negli Stati Uniti. E la conceria Superior, che tutt'oggi è una grande azienda». E se dovesse dare un consiglio? «Il santacrocese, il pontaegolese, il calligiano, bravi a raggiungere posizioni importanti, sono self made man, si sono fatti da soli. Dovranno lavorare, soprattutto le nuove generazioni, con più professionalità e meno improvvisazione». Tra le tante cose che lei ha fatto, cos'è che non rifarebbe? Conclude sicuro: «Il conciatore lo rifarei. Perché è un'operatività creativa, che in un certo senso si avvicina alla mia aspirazione giornalistica».
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