Sicurezza
Pena ridotta per Matteo Gorelli dall’ergastolo a venti anni
Sentenza della Corte d’assise di appello per il ventenne cerretese accusato dell’omicidio di un carabiniere e di aver ferito gravemente il collega. In aula l’abbraccio tra il giovane e la vedova
CERRETO GUIDI. Venti anni e non più l’ergastolo. La Corte di assiste di appello di Firenze ha ridotto la pena per Matteo Gorelli, il 21enne di Cerreto Guidi accusato dell’omicidio del carabiniere Antonio Santarelli al posto di controllo a San Martino di Manciano, il 25 aprile 2011. Dall’ergastolo ai 30 anni e da questi, con la scelta confermata del rito abbreviato e lo sconto di un terzo da questo dipendente, ai 20 della sentenza pronunciata poco dopo le 19 di ieri. Ciò perché sono state adesso riconosciute le attenuanti generiche, equivalenti alle aggravanti, ed è stato anche riqualificato in furto aggravato il reato di rapina, inizialmente contestato insieme a quelli del tentato omicidio dell’altro carabiniere di pattuglia, Antonio Marino, di resistenza e di guida in stato di ebbrezza. Gorelli era presente ma non ha parlato. Ma prima dell'udienza Matteo e la vedova di Santarelli si sono abbracciati. E dopo la sentenza si sono fermati a parlare, in disparte. Grande commozione per i genitori di Matteo, che lo hanno abbracciato a lungo.
In aula ha parlato il sostituto procuratore generale che ha chiesto in sostanza il rigetto dell’appello e la conferma dell’ergastolo; in subordine, il riconoscimento della parziale incapacità di volere di Matteo. Ma all’inizio aveva sottolineato la necessità di avere chiarimenti sulla perizia redatta dal dottor Romano Fabbrizzi, chiedendone eventualmente la convocazione.
Non c’è stato bisogno. Matteo Gorelli era stato condannato all'ergastolo il 7 dicembre scorso, al termine dell'udienza svoltasi con il rito abbreviato davanti al gup. Nessun tipo di attenuante era stata concessa. Il giudice Marco Bilisari aveva messo nero su bianco di aver ravvisato in Gorelli la piena volontà di uccidere, la piena capacità di intendere e di volere: i mezzi utilizzati, la violenza, il ripetersi dei colpi, le parti del corpo prese di mira erano stati argomenti fin troppo chiari. Quella torcia che si era alzata per tre volte in aria e che per tre volte era ricaduta sulla testa di Santarelli. «Mentre colpiva - aveva scritto il giudice - non ha avuto alcun ripensamento, dopo aver colpito il primo carabiniere, nonostante le grida disperate degli amici, o quantomeno della ragazza che era con lui, che gli imploravano di fermarsi».
Per Matteo Gorelli i due militari erano «un ostacolo da togliere di mezzo». E il disturbo border line diagnosticato non era stato ritenuto sufficiente ad applicare il minimo beneficio. «Solo il tempo potrà svelare se il pentimento è intimamente autentico o se è stato frutto di nomale opportunismo», aveva argomentato il giudice. E invece la difesa aveva sostenuto la possibilità di concedere le attenuanti a un soggetto così giovane, chiedendo già nell'atto di appello di procedere a una nuova perizia psichiatrica.
Gli avvocati Paolo Francesco Giambrone di Grosseto, Luca Tafi e Lorenzo Zilletti di Firenze avevano invitato i giudici di appello a riconsiderare gli aspetti ritenuti contraddittori emersi nella perizia e nella sentenza. Perché è sempre stato chiaro, secondo la difesa, il legame tra il disturbo border line di cui Matteo soffre con i fatti avvenuto al posto di blocco. Se non un'infermità totale, almeno una parziale: lo stesso perito nominato dal giudice aveva riconosciuto che ciò che era capitato a Gorelli non era stato un semplice disturbo della crescita che può capitare a tanti giovani: è stato qualcosa che ha comportato un rallentamento della crescita.
Una pena di minore entità - del resto invocata anche dalla stessa vedova di Santarelli - avrebbe potuto favorire quel percorso di riabilitazione già intrapreso da un anno, con l'ingresso nella comunità Exodus, hanno argomentato ancora i legali. La confessione è stata piena e non tardiva, pienamente valida dal punto di vista probatorio, ha sostenuto il collegio difensivo. Elementi che, ha notato la difesa, avevano indotto all’epoca il pm a dimostrarsi favorevole alla concessione delle attenuanti generiche. Anche perché il pentimento è stato ed è sincero. Adesso per Matteo si apre un nuovo futuro. Come anche per la sua famiglia e per quelle delle vittime.
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