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Da MIlano

Dalla comunità Exodus c’erano il ragazzo e don Mazzi

CERRETO GUIDI. Matteo c’era. Era stato autorizzato a venire da Milano per assistere all’udienza in cui si decideva del suo futuro. Della sua vita. E c’era anche don Mazzi, il fondatore della comunità...

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CERRETO GUIDI. Matteo c’era. Era stato autorizzato a venire da Milano per assistere all’udienza in cui si decideva del suo futuro. Della sua vita. E c’era anche don Mazzi, il fondatore della comunità Exodus dove Matteo da circa un anno sta intraprendendo il suo percorso di recupero in regime di arresti domiciliari: è stato autorizzato a essere presente alla lunga udienza, che si è svolta a porte chiuse (in presenza del rito abbreviato) davanti ai giudici togati integrati da quelli popolari come prevede la composizione dell’assise.

Dalle 10 fino alle 16,30 (con poco meno di un’ora di pausa): l’appuntamento per la lettura della sentenza era stato dato per le 18 ma questa è avvenuta effettivamente un’ora dopo. «Sì, ho parlato con Matteo - dice l’avvocato Paolo Giambrone, uno dei difensori - Ci siamo detti quello che ci sia può immaginare si dica in questi casi. Del resto, è due anni e mezzo che parliamo. Siamo soddisfatti naturalmente di questa sentenza. È quanto ci aspettavamo già in primo grado. In appello evidentemente siamo riusciti a spiegare le nostre ragioni». La difesa aveva chiesto la riconsiderazione della vicenda soprattutto alla luce della perizia di parte. L’accusa di voler risentire il perito: «Il pg voleva avere riferimenti più precisi - spiega Giambrone - voleva chiarimenti. Non è stato dato seguito a questa richiesta. I giudici non si sono pronunciati sulla capacità di intendere e di volere. Leggeremo le motivazioni per capire il loro ragionamento».

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