Gioco
Quelle trecento donne da Torri a Montaione contro il regime fascista
L'8 marzo ‘44 marciarono per avere la libertà e chiedendo le carte annonarie dei giovani alla macchia
MONTAIONE. Non è passato alla storia il nome della donna, della località Torri, in quel di Iano, che ebbe l'idea. Probabilmente, non è stata cercata. Con cura. Forse, quella donna, si disse e disse: si fa come nell'agosto del '20.
Forse non sapeva niente del '20 e delle donne della Sughera. Forse, l'idea, le fu suggerita dal dolore. Per un figlio. O un fratello. Forse non si rese conto di quel che rischiava e faceva rischiare. O forse se ne rese conto, ma si lasciò spingere dal cuore. Facile immaginare. Ogni parola mostrava determinazione. Ne parlò con amiche e vicine, che erano nelle sue stesse condizioni, ed ebbe il loro consenso. Le si affiancarono. Era la mattina dell'8 marzo 1944. Mercoledì. Primavera nell’aria. Raggiungere il capoluogo, Montaione e, qui, il municipio, non era cosa da poco. Quasi sei chilometri e mezzo. Da fare a piedi. E c'era anche da vedere che qualcuno le fermasse prima. I repubblichini non volevano cose del genere. Ma loro l'avevano messo in conto. Avevano messo in conto che qualcuno (il regime) potesse reagire in malo modo. Che mettesse su una rappresaglia. Perché che fossero donne poco importava al regime. Mano a mano che andavano avanti, diventavano sempre di più. Bastava che spiegassero perché erano lì e dove stavano andando. «Vogliamo le carte annonarie dei renitenti alla leva, che ne sospendano la caccia e che rilascino quelli che hanno preso». Le donne abbandonavano fornelli e campi. E, se qualcuna era titubante, ce la tiravano per un braccio. Ebbero ragione delle mogli di alcuni ex squadristi. Invece, per la moglie dell'ex federale fascista d'Imperia, non fu necessario fare il muso duro: fu una delle prime ad aderire e a mettersi davanti, in vista. Non voleva nascondersi. Puntava ad acquisire meriti? Arrivarono a essere trecento. Di tutte le età. Un bel corteo. Mai visto. Le più anziane, anche per far passare il tempo, si misero a raccontare che una cosa del genere era successa nel 1920. D'agosto. Alla Sughera. «Era il giorno 3. Un caldo che accidentava. Non pioveva da settimane. Acqua, non ce n'era. Alla Sughera, poi… Lo sapevano soprattutto le donne, che avevano da fare le faccende di casa, il mangiare per la famiglia. Ma nessuno sembrava ascoltarle. Quelli del Comune, in particolare. Ne mandavano, sì, alcune damigiane. Però non era sufficiente. Allora decisero d'inscenare una protesta in municipio. Erano quasi tutte, le donne della Sughera. Andarono a piedi. Sette chilometri. Arrivarono a Montaione alla fine della seduta pubblica del consiglio comunale. Si misero a urlare: «Vogliamo l'acqua potabile». Il sindaco Telemaco Mannaioni cercò di richiamarle. Disse che erano maleducate, che non le ascoltava, che dovevano andarsene, che dovevano uscire dalla sala consiliare. E loro lì, ferme, piccate. Allora Mannaioni chiamò i carabinieri. Ma non si dettero per vinte. Non si spaventarono. «Vogliamo l'acqua potabile. Ne abbiamo diritto». Continuavano a urlare. Il sindaco si era eclissato. Intervennero i consiglieri di minoranza Chiti e Conforti, socialisti. Riuscirono a tranquillizzarle e a farle tornare alla Sughera. Il consiglio comunale riprese in seduta segreta. La prima cosa che decise, fu quella di mandare acqua potabile sufficiente a tutto il popolo della Sughera. La storia provocò qualche battutaccia nei confronti di chi aveva il mestolo e faceva e disfaceva a piacimento. Finalmente, arrivarono a Montaione. La gente s'affacciò alle finestre, curiosa. E altra uscì dai negozi. Si diressero al municipio. Qualcuno chiese: «Ma che avete intenzione di fare?». La risposta: «Se vieni con noi, lo scopri». Entrarono in municipio e s'infilarono su per scale. In cima, c'era una guardia forestale (aveva l'ufficio nello stesso edificio), che fece tanto d'occhi a vedere tutte quelle donne. Si spaventò e sfoderò la pistola. Nessuna s'impressionò. Anzi, la madre di un renitente alla leva si fece avanti e, senza discorsi, gli mollò uno schiaffo. Piazzato bene, tanto che il forestale rimise la pistola nel fodero e, velocemente, rientrò nel suo ufficio. Si racconta che la spedizione ebbe successo. In particolare, per le carte annonarie. Furono restituite alle famiglie dei giovani alla macchia. Ricorda il fatto una lapide sulla facciata del municipio.
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