Il Tirreno

Empoli

Quando Montanelli finì nel mirino di Pavolini per un articolo non suo

di Riccardo Cardellicchio

Lo riteneva responsabile di malignità su Mussolini e Claretta Ai fascisti di Milano aveva impartito l'ordine d'ammazzarlo

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FUCECCHIO. Alessandro Pavolini, mussoliniano fino alla fine, lo voleva. Per ammazzarlo. E tramò per averlo. Tramò con i tedeschi, che l'avevano fatto prigioniero il 5 febbraio 1944, sul lago d'Orta, in casa dell'industriale Motta, e lo avevano rinchiuso a San Vittore, matricola 2054, cella 132, quarto raggio, quello dei politici. Lo avevano classificato badogliano, quindi nemico. E dire che Indro Montanelli e Alessandro Pavolini erano amici. Sempre stati amici, a sentire Montanelli, che non riusciva a capacitarsi del cambiamento dell'altro.

Lo conosceva per una persona sensibile, un intellettuale, amante della scrittura, giornalista,narratore, fondatore di giornali e collaboratore di quotidiani. Che lo mandava a chiamare per avere la sua opinione su fatti importanti. Come quella volta, nel 1940, lui ministro della cultura popolare, che l'aveva voluta sulla guerra imminente. Franco.

E Montanelli gliela aveva data, perché «era un uomo con cui si poteva parlare, che ascoltava tutto, che si pronunciava con giudizio e che detestava i tedeschi». Glielo aveva detto chiaro e tondo che era una guerra da non fare, che l'Italia avrebbe avuto conseguenze disastrose. E Pavolini si era dichiarato d'accordo. Senza paura. Così come aveva dimostrato di non averne nel rapporto d'amicizia e di collaborazione con i giornalisti dell'"Universale", quindicinale che negli anni Trenta aveva fatto la fronda al fasciismo. Dice, Montanelli: «Gli parlavamo con assoluta franchezza, e lui condivideva in pieno le nostre critiche al regime». Sicché niente a che vedere con il fascista di Salò, con l'anima del fascismo di Salò. Una scelta che aveva stupito Montanelli. Il quale era rimasto, addirittura, di sasso alla notizia che Pavolini «aveva impartito alla squadra di Milano l'ordine di scovarmi a tutti i costi (ero clandestino) e di farmela pagare con la pelle».

Ma perché Pavolini aveva cambiato sentimenti nei confronti di Montanelli? Tutta colpa di un articolo apparso sul quotidiano "Il Messaggero", dopo il 25 luglio 1943, intitolato "Claretta, fiore del mio giardino" e ripreso da numerosi quotidiani italiani, compreso il "Corriere della Sera", americani e inglesi. Vi si raccontava la storia dell'amore di Benito Mussolini e Claretta Petacci. Non aveva firma. Ma Pavolini lo aveva attribuito, con certezza, a Montanelli, forse su suggerimento di qualcuno che voleva male a uno dei due o a entrambi. Il quale Montanelli affermerà: «Bastava leggerne due righe per capire che non era farina del mio sacco, e bastava voltar pagina per trovare, a mia firma, un articolo di protesta contro l'arresto di Claretta».

Ma Pavolini era andato diritto per la sua strada. E voleva, in tutti i modi, la testa di Montanelli, reo d'aver scritto volgarità, d'essere un ignobile gazzettiere, traditore, capobanda del pettegolezzo più sporco, capace anche d'insozzare gli amici più cari. In realtà, a scrivere l'articolo era stato Vincenzo Talarico, giornalista del "Messaggero", calabrese del 1909. Il quale ebbe a scrivere, in seguito, che tutto quel che aveva riferito era documentato. Forse aveva ecceduto nel taglio satirico. Comunque, l'articolo non ebbe il gradimento neanche di alcuni antifascisti, che lo definirono sconveniente. Il che suscitò l'ira di Talarico, che li definirà contegnosi, austeri, gente che ancora oggi appesantisce l'atmosfera del Paese, catoni altezzosi, Pisacane da strapazzo.

Una curiosità. Vincenzo Talarico sarà anche attore e sceneggiatore di successo.

Montanelli, grazie a sua madre Maddalena Doddoli e al cardinale Schuster, allora arcivescovo di Milano, riuscì a evadere e a riparare in Svizzera. E Pavolini non lo ebbe. Ebbe, invece, la condanna a morte dei partigiani. E venne fucilato, a Giuliano di Mezzeria, insieme con Mussolini. Era il 28 aprile 1945.

Come riferisce Rosario Poma, nella biografia inedita di Montanelli, donata alla Fondazione che porta il suo nome, il giornalista non riuscì mai a odiare Pavolini. Anzi. «Volevo molto bene a Sandro e, proprio per questo motivo, la cosa che più mi dispiace ancora oggi è che sia morto senza che io abbia avuto la possibilità di spiegargli che i motivi, per cui ai tempi della Repubblica Sociale voleva fucilarmi, non erano veri».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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