La manifestazione
Giangiacomo, Angelo e la Liberazione
Lo scrittore immaginato il 1º settembre a colloquio con l’amico
FUCECCHIO. Lo scrittore Giangiacomo Micheletti, nell'estate del 1944, ha ventidue anni, la salute minata dalla tbc (morirà l'anno dopo). Aveva un grande amico: Angelo Andreini, figlio di Giulio, chirurgo, primario dell'ospedale San Pietro Igneo. Non è difficile immaginarlo nel giorno della Liberazione, il 1° settembre, e i suoi pensieri.
Micheletti: «Angelo, da qui, dal nostro posto, oggi il paesaggio è vasto. Vedo i colli di San Miniato e di Montopoli. C'è come una polvere opaca, che però non disturba. Fa pensare a un grande sonno. A grandi sonni in questa terra calda, di passione. Mi viene fatto di pensare a uomini e bestie addormentati sugli argini in sonni larghi e pieni come i fiumi. Sai, ho corso. Ho corso come corremmo quella notte in cui parve che la terra si rompesse. Quella notte in cui ti vidi diverso, all'improvviso. Eri disgustato. Me lo dicesti anche, davanti alle case che si piegavano, i muri gonfi e crepati. Il giorno dopo, quasi all'alba, in molti sentirono l'urlo di tua madre quando ti scoprì nella vasca da bagno, morto da ore, dissanguato. In un biglietto avevi scritto: questa vita, questo modo di vivere non sono per me. Una vita di odio e di ferite. Di sangue. No, tu eri per i fiori, le piante, gli insetti, gli animali. Tu potevi passare ore con loro. Non potevi sopportare lo scempio della guerra. La polvere, sai Angelo, è dei carri armati degli alleati. Vengono dalla nostra parte. E' una fila lunga Corre, la gente, non pensando alle mine. Ora la guerra è altrove. La gente è in festa. Anch'io farò festa. Tu non hai voluto attendere. Hai preferito un'altra libertà». (r.c.)
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