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Renzi candida Parrini al timone del Pd toscano

Renzi candida Parrini al timone del Pd toscano

Il deputato ed ex sindaco di Vinci accetta di correre per il dopo-Manciulli «Matteo mi ha chiesto di provarci: voglio ricostruire il rapporto con la base»

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VINCI. Da sindaco di Vinci a deputato. E ora candidato alla guida del Pd toscano. È Dario Parrini l’uomo scelto per correre al congresso regionale in programma a novembre, subito dopo quello nazionale. Riformista, capace di attirare simpatie (e voti) anche dai non renziani (l’ha dimostrato anche in occasione delle primarie per il Parlamento) e, non meno importante, ex amministratore di un Comune, carica dalla quale si è dimesso proprio quando gli si sono spalancate le porte della Camera. Un curriculum, che insieme alla quasi totale sintonia sui temi politici ed economici, hanno spinto Renzi a chiedergli di fare un passo avanti. Rompendo, di fatto, gli indugi nella corsa al dopo Manciulli.

Onorevole Parrini, accetterà la sfida?

«Per ora la candidatura è solo un’ipotesi. Ma se sarà ritenuta utile non esiterò a mettermi a disposizione. Con Matteo ne abbiamo parlato a lungo nelle ultime due settimane. Poi la svolta è arrivata pochi giorni fa. Abbiamo avuto un incontro a Roma e mi ha chiesto di provarci. Tra noi c’è un rapporto di stima reciproca da quando ero sindaco e lui presidente della Provincia di Firenze».

Lei si sente un personaggio di “rottura” rispetto a Manciulli?

«Io dico semplicemente che rispetto a quando è stato eletto lui, nel 2009, il panorama politico è totalmente cambiato. Anzi: viviamo in un altro mondo. Anzi viviamo in un altro mondo e in un’altra stagione politica ed economica».

E il Pd dopo gli entusiasmi delle primarie si è sbriciolato...

«C’è da ricostruire il rapporto con la base, tornando a coinvolgere i militanti, riconquistando la loro fiducia. Dobbiamo rimetterci in modo, spiegare cosa vogliamo per la Toscana e per il centrosinistra».

E qual è la sua idea di Pd?

«Il partito deve dimostrare che è in grado di dare delle risposte a famiglie e imprese. Un partito che sappia giocare a tutto campo e che non pensi soltanto a presidiare la propria metà campo. In grado di fare riforme chiare su riforme istituzionali ed economiche. Il problema è che finora il Pd è stato troppo poco Pd».

Che cosa significa?

«Il Partito democratico deve essere un luogo di incontro e di confronto dei riformisti. Deve dimostrare di essere in grado di vincere le elezioni».

Però intanto è al governo col Pdl...

«Non è esattamente il sogno che avevamo coltivato in campagna elettorale. Ma il governo si sta muovendo bene, a cominciare da questioni come lavoro e finanziamento pubblico ai partiti».

E quanto durerà?

«Fino a quando sarà utile all’Italia. Non serve a questo Paese un governo di galleggiamento».

Il presidente della Regione Enrico Rossi e Renzi sono eterni duellanti. Anche lei finirà nel mirino del governatore?

«Ho grande rispetto per Enrico. Ho avuto spesso punti di vista diversi sulle questioni di politica nazionali. Ma in modo franco e corretto, cose che capitano alle persone che portano avanti con pienezza e intensità il proprio impegno politico. Le collaborazioni più produttive sono quelle non fondate su vedute identiche».

Francesco Turchi

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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