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Empoli

Il deputato Parrini: «Quante amarezze per colpa della crisi»

di Francesco Turchi
Il deputato Parrini: «Quante amarezze per colpa della crisi»

Il sindaco di Vinci passa il testimone al vice Casini: «Rimorsi? Non poter aiutare figli e genitori in difficoltà economica»

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VINCI. «Bersani? Non mi piacciono i siluramenti del giorno dopo. Deve presentare in Parlamento una piattaforma di cambiamento radicale e riformista. E poi si vedrà chi avrà il coraggio di dire di no». Dario Parrini è ancora il sindaco di Vinci. Ma nelle prossime ore, forse già martedì, sarà proclamato deputato e automaticamente decadrà da primo cittadino: le sue deleghe passeranno nelle mani di Alberto Casini, che “traghetterà” la giunta fino alle amministrative del 2014. Laureato in scienze politiche, 40 anni, Parrini è un dipendente Coop in aspettativa: «Ma tra dieci anni al massimo tornerò al lavoro, perché nessun incarico è “a vita”. È il modo migliore per fare politica in libertà». Ha stravinto le primarie del Pd nell’Empolese Valdelsa. È un “renziano” ma non scimmiotta il capo. È stato eletto per la prima volta alla guida della terra del Genio nel 2004 col 68% (in coalizione con Rifondazione e Comunisti italiani) e poi confermato col 60,8% (solo Pd). Il 15 marzo varcherà per la prima volta la soglia di Montecitorio («non ci sono mai stato neanche in gita scolastica»). E lo farà da solo. La compagna Gaia e le loro bambine, Bianca di 5 anni e Margherita di 24 mesi resteranno a Vinci.

Già trovata casa?

«Non mi trasferirò a Roma. Farò il pendolare, anche perché i lavori in aula si svolgono su tre giorni alla settimana: cercherò un appartamento di appoggio, ma la mia famiglia resta a Vinci. Ho letto che il 12 dovremmo andare a Roma per l’assegnazione dei pass e altre pratiche. Ma per il momento non ho ricevuto alcuna comunicazione ufficiale».

Si sente un deputato “precario”?

«La legislatura non nasce sotto una buona stella: se sarà breve sarà un male per l’Italia. E l’eventualità di tornare presto alle urne non è remota. Però un conto è tornare a votare per mille parlamentari con un sistema sciagurato; un altro se alle prossime elezioni si votasse per la metà dei parlamentari con una legge elettorale riformata».

Dunque, subito una nuova legge elettorale?

«È una priorità: e mi auguro che si arrivi a un sistema a doppio turno alla francese con primarie obbligatorie per tutti i partiti: abbiamo bisogno di candidati che abbiano un’investitura popolare forte. Le altre priorità sono l’abolizione delle Province e dei finanziamenti pubblici ai partiti, il dimezzamento delle indennità dei parlamentari, l’anticorruzione, la soluzione del conflitto d’interessi e le misure concrete per il lavoro e contro il disagio economico».

Cosa pensa del Renzi post-elettorale?

«Sta facendo la cosa giusta. Non è il momento di attaccare Bersani e si rifiuta di partecipare al giochino “cosa sarebbe successo se...”. Dobbiamo guardare avanti. Poi arriverà il momento di riflettere sul perché si sono persi così tanti voti. Ma questo toccherà al congresso».

A proposito di Renzi. Lei in un passato neanche troppo lontano lo aveva definito “un Gian Burrasca”. Poi cos’è successo?

«Lui è cambiato, io sono rimasto sempre lo stesso. Mi spiego meglio: ha combinato la sua energia innovativa e dirompente con una solidità programmatica che gli ha fatto fare il salto di qualità e che ne fa una risorsa per il Pd per i prossimi anni».

Renzi ha detto “no al compro-baratto e vendo” dei seggi grillini...

«Condivido. E non significa non avere apprezzamenti per alcune posizioni sostenute dal Movimento 5 Stelle. Ma il Pd deve sfidare Grillo sul cambiamento e l’innovazione, mettendo da parte i corteggiamenti».

Cos’ha sbagliato il Pd?

«In campagna elettorale avremmo dovuto dare più spazio e spiegare con maggiore forza e incisività le nostre proposte di autoriforma della politica. Ora serve un partito in grado di accelerare sull’innovazione: non abbiamo bisogno di essere il “Pds” senza la “s” e servono sterzate a sinistra. Siamo l’unico partito che ha fatto le primarie sia per il candidato sia per i parlamentari: una scelta innovativa. Bisogna proseguire su questa strada e fare in modo che venga riconosciuto come grande forza di cambiamento».

Quando ha deciso di provarci?

«Me l’ha chiesto la gente. C’è stata una fortissima spinta dal basso, dai vinciani ma anche da tutto l’Empolese Valdelsa: dalla società civile all’associazionismo. Spero di non deludere nessuno».

Quali sono i rimpianti dei suoi nove anni da sindaco?

«L’impotenza di fronte alla crisi. I colloqui con giovani di talento che non riescono a trovare una strada in questo Paese. O coi genitori che non riescono a garantire quello che vorrebbero ai loro figli»

I fiori all’occhiello?

«Ponte De Gasperi sull’Arno, restyling di viale Togliatti, ormai in dirittura d’arrivo, il nuovo palasport di Sovigliana, il rinnovamento del Museo Leonardiano e della Casa Natale. Presto sarà inaugurato il Teatro della Misericordia, partiranno i lavori di ampliamento dell’Irsoo (Istituto regionale studi tecnici e optometrici, ndr) Tutto questo grazie a un investimento di 24 milioni di euro in nove anni».

Lascia al suo vice, Alberto Casini, un’eredità difficile...

«Soprattutto perché in futuro – se non saranno cambiate le cose, e questo dipende anche da noi – non si potrà fare la stessa cosa, a causa del patto di stabilità: i vincoli agli investimenti vanno allentati, anche per valorizzare il protagonismo dei Comuni e permettere loro la manutenzione e il miglioramento dell’efficienza delle scuole, dei municipi e di tutti gli edifici pubblici».

E sul piano umano cosa le lascia questa esperienza?

«È stata una parentesi bellissima della mia vita. E ho sicuramente ricevuto più di quanto ho dato, dai cittadini e dall’associazionismo. Grazie al mio ruolo, in un Comune piccolo ma conosciuto in tutto il mondo grazie a Leonardo, ho potuto stringere rapporti personali con grandi personaggi come Umberto Veronesi ed Eugenio Scalfari, divenuti entrambi cittadini onorari di Vinci».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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