Il Tirreno

Empoli

Noi candidati Pd per il dopo Monti

Parrini, Mori e Cappelli spiegano cosa faranno a Roma se vinceranno la sfida di domenica per il parlamento

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EMPOLI. Il sindaco di Vinci Dario Parrini, il sindaco di Montelupo Rossana Mori, la responsabile dell’organizzazione della federazione Pd Caterina Cappelli. Sono loro i candidati dell’Empolese Valdelsa alle primarie Pd di domenica. Chi vincerà sarà sicuro di essere eletto in parlamento, chi arriverà secondo avrà qualche chance di ritrovarsi tra i primi dei non eletti, chi si piazzerà al terzo posto potrà dire di avere contribuito ad avere animato una competizione che coinvolgerà migliaia di elettori. Ma quali sono le idee dei tre sui temi chiave della prossima legislatura? Per capirlo meglio li abbiamo invitati in redazione e gli abbiamo formulato alcune domande. Ecco le risposte.

Secondo voi l’agenda Monti dovrà ispirare l’azione del prossimo governo, anche se lo guidasse Bersani?

Cappelli: «No, il Pd ha un suo programma di governo, elaborato in due anni di sedute appassionanti dell’assemblea nazionale. Questo programma, su una serie di aspetti su cui il premier ha lavorato, dice le stesse cose di Monti declinandole però con i nostri valori, che parlano più di uguaglianza e giustizia sociale. Certo, esistono obiettivi e patti a livello europeo da rispettare ma non di nuovo a scapito di larga parte della popolazione».

Mori: «Credo che il passaggio di Monti alla guida dell'Italia sia stato un momento di cui dovremo tenere conto perché è stata l’ancora di salvezza che ci ha impedito di sprofondare nel baratro. Però ci sono materie e decisioni che debbono essere completamente riviste: dobbiamo fare ripartire questo paese, troppi lavoratori stanno vedendo le proprie aziende chiudere. Dobbiamo riscrivere un patto molto stretto tra imprenditori e lavoratori. Abbiamo bisogno di un progetto per il futuro».

Parrini: «Il programma del Pd e quello di Monti non sono identifici ma si somigliano in molti punti. Di questo sono felice. Bersani ieri ha detto la cosa più importante: non sono rinegozionabili gli accordi che il nostro paese ha assunto in sede di istituzioni europee. Io credo e mi auguro che tra Pd e Monti ci sia collaborazione, perché abbiamo bisogno del lavoro comune di queste forze. Del resto Monti ha capito che è antitetico alla destra, al populismo e alla demagogia di Pdl e Lega. Si definisce liberale e non conservatore. Per uno come me che crede nelle idee del liberalismo sociale, questa esclusione di qualsiasi parentela con il conservatorismo conta molto per considerarlo un compagno di strada».

Patrimoniale sì o no?

Parrini: «Siamo il paese con l’imposta patrimoniale, l’Imu, più alta in Europa, che ha consentito allo Stato di incassare 23 miliardi, di cui circa 3 dalla prima casa. Credo che vada cambiata e resa più progressiva: più leggera su prime abitazioni e famiglie con reddito medio basso, possibilità per i Comuni di utilizzare aliquote diverse in modo da colpire case terze, quarte e quinte. Dico sì anche alla patrimoniale sui possessi finanziari, anche se, come dimostra il caso francese, ha più un valore simbolico che una portata importante dal punto di vista fiscale. Sono comunque contrarissimo a utilizzare i proventi di queste patrimoniali così come quelli derivanti dalla lotta all'evasione e dai risparmi di spesa nella pubblica amministrazione per aumentare la spesa pubblica: questi introiti devono servire ad abbattere il debito pubblico. Non possiamo continuare a viaggiare con questi livelli di spesa pubblica. Ridurla si può, basta fare come i Comuni. Un’ultima cosa: sono favorevole a una patrimoniale straordinaria sulle attività finanziarie ma solo dopo che è stato dimostrato che si sa razionalizzare la spesa pubblica».

Mori: «Sull’Imu credo che non possa essere tolta, ma può essere modulata. Questo paese ha bisogno di una lotta decisa ed efficace all’evasione fiscale, attivando tutti sistemi di rete di informazioni che possono essere costruite anche con l’apporto degli enti locali. Noi a Montelupo abbiamo sperimentato la rete Tosca, che ci consente di mettere in relazione diverse banche dati. Si iniziano a vedere risultati che possono aiutare a ridurre l’ imposizione fiscale sui cittadini».

Cappelli: «Ci sono due modi per recuperare le risorse per abbattere il debito: tassare chi produce, lavora, fa impresa, oppure tassare chi ha, chi non investe, le rendite. Il primo è fin troppo semplice, il secondo è quello su cui bisogna puntare. L’Imu non va cancellata ma va molto migliorata e deve tornare ad essere come l’Ici una imposta federale a disposizione dei Comuni».

La riforma delle pensioni va bene così com’è?

Mori: «C’era la necessità di porre rimedio a una situazione che stava scivolando verso l’insostenibilità, però se è vero che la vita si allunga dobbiamo anche interrogarci sulla qualità del lavoro che si può svolgere superata una certa età. Ci sono lavori che consentono di mantenere in attività persone dopo i 65 anni, altri no. E poi più noi teniamo persone impegnate nell’attività lavorativa e più impediamo a giovani di accedere al mondo del lavoro. Quindi dico che i lavori usuranti vanno riclassificati e nessuno deve scordarsi degli esodati: sono vittime della condizione di urgenza in cui è stata varata la riforma».

Cappelli: «Per la riforma delle pensioni vale quanto detto per l’Imu: era indispensabile ma è nata frettolosamente e, come dimostra la vicenda esodati, in modo non tecnicamente ineccepibile. Il Pd non deve rimettere mano alla riforma delle pensioni ma dovrà correggerne alcuni punti».

Parrini: «Bisogna affrontare il problema esodati e credo si debba valorizzare la possibilità di interventi che tengano conto di qual è la situazione demografica italiana, in cui la quota di ultra 65enni è più alta al mondo insieme a quella giapponese. E dovremo avere più capacità di trattare in maniera diversa chi svolge lavori usuranti da chi no».

La riforma del lavoro va cambiata?

Mori: «Quella varata è una riforma con grandi imperfezioni perché rende difficile dinamicità del mercato che tutti si aspettavano di ottenere. Proporrei che intanto ai giovani venisse data la possibilità di tirocini veri, che non fossero mero sfruttamento nelle attività produttive, riconoscendo loro un salario superiore a quello che oggi viene inteso come rimborso spese. Dunque della riforma Fornero nulla è da buttare, tutto è da rivedere».

Cappelli: «Io e quelli della mia generazione abbiamo accettato l’idea della flessibilità ma chiediamo di essere messi nella condizione di poter lavorare stabilmente. Basta con il precariato a vita: non perché il posto fisso sia un totem da difendere, ma vogliamo che la flessibilità ci porti da qualche parte. Io stimo molto Ichino, mi spiace che il Pd l’abbia perso: lui dice cose molto serie che andrebbero applicate qui come avviene in Danimarca, con salario minimo di inserimento e tutele per chi ha perso lavoro e ne cerca un altro».

Parrini: «Abbiamo due esigenze da soddisfare: maggiore flessibilità nell'impiego del lavoro e maggiore sicurezza attraverso una rete di ricollocamento e riqualificazione per chi perde lavoro. Il modo migliore per soddisfare queste esigenze è il contratto unico a tutele progressive. No secco invece al referendum per abolire la riforma dell’articolo 18 e no alla sopravvivenza di un sistema in cui ci sono 23 milioni di disoccupati che scarica tutto il fabbisogno di flessibilità richiesta dalla globalizzazione su 4 milioni di precari. È una situazione da apartheid che deve finire».

Liberalizzazioni: vanno difese, a partire ad esempio da quella sulle aperture domenicali dei negozi, o ostacolate?

Cappelli: «Credo che se un negozio vuole tenere aperto di domenica debba poterlo fare. Diverso è il discorso per i centri commerciali. Più in generale ricordo che le prime liberalizzazioni le ha fatte il governo Prodi: bisogna ripartire da lì».

Mori: «È importante liberalizzare ma no alla deregulation. In troppe categorie ci sono troppi vincoli. C’è una prateria di liberalizzazioni da fare».

Parrini: «Siamo un paese ipercorporativo e antimeritocratico, abbiamo fatto le liberalizzazioni partendo dai negozi e neanche un’iniziativa serie sui poteri forti, banche, assicurazioni, trasporto ferroviario, servizi pubblici locali. In questi settori ce n'è grande bisogno. Le liberalizzazioni però non significano deregulation, anzi le liberalizzazioni funzionano se ci sono autorità che controllano l’effettivo rispetto delle regole».

Finanziamento pubblico ai partiti: abolirlo come hanno chiesto gli italiani con un referendum?

Parrini: «Penso che se un referendum ha detto che va abolito, deve essere abolito. Dopodiché bisogna trovare il modo, attraverso opportune forme di incentivazione fiscale, di realizzare l’obiettivo per cui non solo quelli che hanno i soldi possano fare politica».

Mori: «Se non è stato rispettato l’esito di un referendum vuol dire che qualcosa non funziona e che va trovata al più presto una risposta. Credo però che sia obbligo della democrazia tenere in vita i partiti. Perciò bisogna trovare forme trasparenti che consentano la vita democratica nel nostro paese».

Cappelli: «I partiti devono essere finanziati dallo Stato ma l’attuale legge che parla di rimborsi elettorali è una presa in giro. Se deve essere rimborso elettorale che sia tale davvero. Noi abbiamo preso come candidati del Pd dell’Empolese Valdelsa l’impegno di devolvere parte dell’indennità per il finanziamento del partito locale. Credo anche che sia immorale che i parlamentari godano di indennità così alte e di così tanti privilegi».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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