Sicurezza
Niente tredicesima a dicembre per centinaia di lavoratori
Cgil: sono sempre di più coloro che dovranno accontentarsi di pagamenti parziali o dilazionati Per la Confesercenti circa il 6% delle aziende non verserà il doppio stipendio prima di Natale
EMPOLI. Qualche mese fa a mettere in discussione il pagamento della tredicesima era stata la spending review, con il governo che aveva inizialmente pensato di risparmiare sulle buste paghe dei dpendenti pubblici sedici miliardi di euro. Adesso, sventato questo scenario, il rischio si chiama mancanza di liquidità delle aziende. Non si tratta di casi sporadici, visto che secondo le stime dei sindacati e delle associazioni di categoria sarebbero centinaia i lavoratori nell'Empolese Valdelsa che a dicembre non avranno il doppio stipendio. Anche se quantificare non è semplice dal momento che nella maggior parte dei casi si tratta di accordi stretti per così dire confidenzialmente tra i lavoratori e l'azienda.
A pesare più di ogni altra cosa è la mancanza di liquidità delle imprese, che per alleggerire i bilanci preferiscono proporre ai dipendenti di dilazionare il pagamento della tredicesima piuttosto che aprire delle procedure di crisi. Addirittura Confesercenti, che si è opposta fin dall'inizio ad ogni proposta di annullamento o di dilazione del compenso per non afflosciare i consumi, stima che quest'anno circa il 6% delle tredicesime non verrà pagato in tempo nel settore privato. Un dato rilevante e soprattutto in crescita rispetto agli ultimi anni, che fotografa lo stato della crisi economica anche nel nostro territorio. E che rischia di mettere in moto un circolo vizioso trascinando nel baratro le attività commerciali che puntavano sulle spese natalizie per riuscire a far quadrare i conti di fine anno.
«Dal nostro osservatorio risulta che il fenomeno non sia per niente circoscritto – spiega Rossano Rossi, segretario della Camera del lavoro di Empoli – purtroppo stilare dei report precisi su questo tipo di pratica è difficile, ma parlando con i nostri delegati e iscritti emerge che sono in tanti e sempre di più coloro che non potranno contare sulla tredicesima questo mese. Sicuramente qualche centinaio di lavoratori che dovranno accontentarsi di una quota soltanto o che addirittura dovranno attendere gennaio per avere i soldi».
La realtà che accomuna tutte le situazioni di questo tipo è quella di un’azienda che attraversa un momento di difficoltà economica. Magari non troppo grave da richiedere gli ammortizzatori sociali, ma comunque tale da chiedere un sacrificio non da poco ai propri dipendenti. «Si tratta di attività che non riescono a pagare tutti le spettanze di dicembre – prosegue Rossi – e che preferiscono diluire i pagamenti o ritardarli attraverso degli accordi diciamo fiduciari con i propri lavoratori. C'è chi magari paga la tredicesima dopo dieci giorni rispetto a quanto stabilito o chi versa l'assegno in più soluzioni o chi invece attende il mese successivo. Al di là dei possibili accordi, comunque, rimane il fatto che la tredicesima è un diritto e non un surplus concesso dalle imprese e che in ogni caso va corrisposto. Come sindacato avevamo anche proposto al governo di detassarle come provvedimento una tantum per ridare ossigeno ai consumi: era una misura non particolarmente costosa e che avrebbe favorito molti esercizi commerciali, purtroppo è stata bocciata».
Ma la mancanza di liquidità e la relativa impossibilità di accedere al credito stanno mettendo a rischio non solo le tredicesime dei lavoratori, quanto anche la stabilità stessa del sistema produttivo locale. Sono molte, come confermano le statistiche del sindacato, le attività che sono ferme nonostante abbiano commesse da svolgere. Una condizione economicamente inedita e quasi paradossale, dovuta alla stretta a prestiti e finanziamenti da parte delle banche. Il lavoro ci sarebbe, insomma, ma mancano i soldi per avviare la produzione. I settori coinvolti sarebbero tra i più disparati, dall'edilizia alla gomma, dall'abbigliamento al manifatturiero in genere. In molti casi sono già stati avviati stati di crisi, con la richiesta di cassa integrazione per alcuni dipendenti o l'apertura di contratti di solidarietà. Ma il rischio è quello di arrivare a chiudere e a perdere ulteriormente posti di lavoro.
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