Il Tirreno

Empoli

Vince la causa contro il Comune che non l’assume perché incinta

di Luciano Menconi
Vince la causa contro il Comune che non l’assume perché incinta

Era stata chiamata per un incarico di tre mesi al municipio di Carmignano. Il ragioniere capo, saputo che era al sesto mese di gravidanza, aveva interrotto l’iter per il contratto

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EMPOLI. Può un’azienda o un ente pubblico rifiutarsi di assumere una donna perché incinta? Ovviamente no. Può farlo nel caso in cui abbia bisogno di ricoprire un incarico per pochi mesi, magari gli stessi in cui termina la gravidanza? No, anche se così ovvio può non apparire.

A ricordare la norma che regola il rapporto tra lavoro e maternità è il caso, davvero emblematico, che ha riguardato due ex amministratori pubblici del circondario: l’ex assessore al sociale del Comune di Empoli Francesca Fondelli, e l’ex sindaco di Montelupo Fiorentino Marco Montagni, ragioniere capo presso il Comune di Carmignano.

È qui, nel piccolo comune della provincia pratese, che si è svolta la vicenda sfociata davanti al giudice del lavoro. Nell’aprile del 2009 il municipio decide di assumere un impiegato a tempo determinato in occasione delle elezioni europee e amministrative in programma a giugno. Durata del contratto: tre mesi. Per l’assunzione il Comune attinge alla graduatoria di un precedente concorso pubblico per collaboratore professionale amministrativo. La prima in lista è Francesca Fondelli, che viene contattata per saggiare la sua disponibilità e che subito accetta. All’epoca l’ex assessore empolese stava lavorando con un contratto a progetto della durata di un anno con l’Associazione Rete Nuovo Municipio. Appena informata dell’occasione a Carmignano, sospende il rapporto con la Rete Nuovo Municipio.

Il 10 aprile il Comune avvisa la Fondelli che si sarebbe dovuta presentare il giorno 15 per sottoscrivere il contratto. Nel corso del colloquio, fa presente di essere al sesto mese di gravidanza. A quel punto il ragioniere capo del Comune, l’ex sindaco di Montelupo Montagni, interrompe la procedura per l’assunzione, sostenendo che l’amministrazione «non era interessata ad avviare un’assunzione per tre o quattro settimane rispetto alle esigenze di tre mesi per il periodo elettorale».

Da qui il ricorso - motivato con la discriminazione per motivi di genere - al giudice del lavoro che dà ragione alla Fondelli, dichiarando la nullità del diniego della sua assunzione e condannando il Comune a pagare la somma corrispondente alla retribuzione complessiva che la ricorrente avrebbe percepito se il contratto fosse stato concluso.

Contro la sentenza l’amministrazione ricorre in appello. Ma il giudice di secondo grado conferma la condanna, richiamando i principi di diritto stabiliti dalla Suprema Corte: «Non vi è alcuna norma - si ricorda nella sentenza - che imponga alla lavoratrice gestante di far conoscere al datore di lavoro il proprio stato di gravidanza prima dell’assunzione né un siffatto obbligo può ricavarsi, quando la lavoratrice viene assunta con contratto a tempo determinato, dai canoni generali di correttezza e buona fede o da altro generale principio del nostro ordinamento».

«Non voglio sindacare la sentenza - ha commentato Montagni - mi limito a osservare che non ho fatto altro che chiedere, come prevede la legge, un certificato di sana e robusta costituzione alla signora, e che se l’avessi assunta il Comune avrebbe dovuto pagarla per i 5 mesi di aspettativa che spettano per il perpuerio e in più avrebbe dovuto assumere un’altra persona per svolgere il lavoro che ci serviva. Nessuna discriminazione: se si fosse trattato di un’assunzione a tempo indeterminato il problema non si sarebbe posto, ma per tre mesi...lascio giudicare al buon senso di tutti».

Francesca Fondelli, che subito dopo il no del Comune di Carmignano fu assunta da quello di Poggibonsi, naturalmente è soddisfatta. «Tutto questo rientra nella normativa di tutela della donna lavoratrice, che altrimenti sarebbe discriminata causa gravidanza. Giudico molto grave che il Comune ignorasse che cosa dice la giurisprudenza in merito. Non avermi dato questo incarico è stata una palese discriminazione di genere».

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