Attenzione
Il dolore per Andrea «Ciao bomber»
EMPOLI. «Dicono che noi preti dobbiamo indicare la via anche nel buio. E in questo momento non c’è luce, intorno a me». Fatica don Michele Meoli. Fatica, dall’altare, a trovare le parole, davanti...
EMPOLI. «Dicono che noi preti dobbiamo indicare la via anche nel buio. E in questo momento non c’è luce, intorno a me». Fatica don Michele Meoli. Fatica, dall’altare, a trovare le parole, davanti alla chiesa gremita all’inverosimile. Davanti a quei ragazzi con gli occhi lucidi. E a quella bara bianca, affogata tra i fiori. Per don Meoli la morte di Andrea Ragoni, tredici anni, ucciso da una malattia, si porta dietro due parole. «La prima è “perché” - dice il prete dall’altare – perché non sono bastate le nostre preghiere; perché non sono bastate le tante cure. E l’amore dei genitori, dei parenti». L’altra è una parola di speranza, che arriva da una lettera che lo zio Nico, dedica ad Andrea. «Ciao – sottolinea il parroco, dopo aver letto il messaggio – non è un addio. È un dirsi ci rivediamo. Una speranza».
Andrea Ragoni era un calciatore. Un bomber. Sulla sua bara c’è la maglia amaranto, del Forcoli, con il numero 9. Una sciarpa con gli stessi colori sociali. Sull’altare l’alabardo dell’Empoli, squadra di cui ha indossato la maglia. Sui banchi della chiesa i suoi compagni di squadra. «Era bravo – dicono – giocava all’attacco». All’attacco ha giocato sempre anche con la sua malattia. Negli ultimi due anni, ha cercato di dribblarla, di batterla. Sognava un futuro da campione. E ne aveva la stoffa, dicono a Lajatico, dove - per stare accanto alla famiglia di Andrea - la vita s’è fermata per un giorno. I negozi sono chiusi per lutto. Le altre attività sospese. In chiesa ci sono tutti. I parenti, gli amici, il sindaco Fabio Tedeschi, i conoscenti. Tutti quelli che hanno sperato, fino all’ultimo che Andrea fosse capace di andare a segno, come ha fatto decine di volte sui campi di calcio.
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