Il Tirreno

Empoli

Veronesi: che onore essere concittadino di Leonardo da Vinci

Il grande oncologo ieri mattina a Spicchio Sovigliana per la cerimonia che l’amministrazione gli ha dedicato

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VINCI. «Divento oggi concittadino del più grande scienziato che l'umanità abbia mai conosciuto. Questo riconoscimento mi onora e mi commuove, e lo interpreto come un segno di riconoscenza per una vita spesa combattendo contro il cancro». Queste le prime parole del professor Umberto Veronesi dopo aver ricevuto dal sindaco Dario Parrini la cittadinanza onoraria di Vinci, durante la cerimonia svoltasi nell'aula magna dell'Università per le professioni sanitarie a Spicchio Sovigliana, davanti a un folto pubblico di autorità e di tanta gente comune. «Sono sempre stato un convinto sostenitore dei principi sui quali basava la propria necessità di conoscenza Leonardo Da Vinci, un grande modello di scienziato che ha saputo coniugare la scienza con l'arte. La vera scienza è un po' arte, e la vera arte è un po' scienza. Leonardo è stato uno dei pochi scienziati creativi, uno di quelli che hanno proposto nuove ipotesi, creando col loro pensiero nuovi orizzonti per la ricerca».

Poi Veronesi ha iniziato il suo racconto, preciso, ricco di sfumature, carico di umanità, a tratti toccante, un viaggio nel tempo che ha rapito l'uditorio, rimasto in assoluto ed eloquente silenzio, ognuno intento a carpire ogni gesto, ogni parola, ogni sussurro di quest'uomo straordinario. Il racconto di una vita lunga e difficile, come lui stesso l'ha definita, fatta di battaglie impegnative. Dall’infanzia, trascorsa nella fredda e povera cascina lombarda nella quale era nato, in una famiglia numerosa di estrazione socialista -«erano i tempi del delitto Matteotti» ha commentato - alla prima giovinezza, al tempo delle prime scelte; da quella di continuare ad andare a scuola in un mondo ostile perché in quel modo si sottraevano braccia all'agricoltura - con una madre straordinaria però che l'ha sempre sostenuto- a quella di ribellarsi al conformismo imperante imposto dal fascismo, fino alla guerra, «voluta da pochi e subita da molti», al reclutamento forzato, a fine 1943, da parte della divisione tedesca Hermann Goring; poi le operazioni belliche in Toscana, dove “saltò” su una mina, uscendone malconcio ma vivo, evento più unico che raro. «Fui curato per oltre sei mesi, prima a Montecatini, poi a Porretta, quindi a Bologna, e intorno a me e ai tanti feriti i medici, gli infermieri, che con amore prestavano le loro cure. Fu in quel momento che maturai la decisione di fare qualcosa nel campo della medicina».

Poi, altre scelte, definitive, la lotta nella Resistenza partigiana, e dopo la guerra l'iscrizione all'università, alla facoltà di medicina. «Avrei voluto fare lo psichiatra; poi un giorno incontrai il cancro. Entrai da studente in un ospedale dove si curavano i malati di tumore. La chirurgia distruttiva come rimedio principale, un autentico massacro che mi colpì da subito, e lì decisi di dedicare la mia vita alla lotta contro il cancro. Per anni, da quando nel 1973 dopo lunghe ricerche avevo annunciato che la mastectomia nelle donne colpite dal cancro si sarebbe potuta evitare, sono stato visto con ostilità dal mondo scientifico, ma dopo i 7 anni di sperimentazione, quando i risultati dissero che la mia tecnica avrebbe permesso di cancellare la mastectomia, la soddisfazione per aver raggiunto l'obiettivo fu grande. E fu il New York Times ad annunciare al mondo, con un titolo in prima pagina su otto colonne, che la mastectomia poteva essere abolita». E lo aveva scoperto e dimostrato un italiano, un grande italiano.

Paolo Santini

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