Sicurezza
«Io, vittima di un incubo kafkiano»
Il professor Ferrucci spiega come questa vicenda ha segnato la sua esistenza
CASTELFIORENTINO. «Solo io so quante ne avrei da dire in questo momento: ma ci sono indagini in corso, perciò non posso parlare. Una cosa però voglio che si sappia: non è possibile che basti una telefonata anonima per buttare via la vita di una persona, passando sopra la sua onestà, quello che è, come si è sempre comportato. Prima di puntare la pistola alla tempia di un uomo, prima di sbatterlo in carcere, prima di descriverlo come un criminale, bisognerebbe controllare meglio chi è e cosa ha fatto. Bisognerebbe fare verifiche accurate, altrimenti può succedere quello che è successo a me».
Giuseppe Ferrucci parla da sopravvissuto. Quello che gli è capitato sembra un incubo kafkiano. Quando lo racconta tradisce la paura e la rabbia che da allora accompagnano il ricordo di quei momenti. «Sono arrivato a scuola alle 10, con un’ora di anticipo sull’orario delle lezioni, come facevo da un paio di settimane, da quando cioè avevo iniziato un laboratorio con i ragazzi. È accaduto tutto in pochi attimi. Ho visto due uomini in borghese venirmi incontro, le pistole contro di me, poi la busta trasparente con dentro polvere bianca sventolata davanti alla mia faccia. Poi le manette, il carcere, gli arresti domiciliari. È un’esperienza che ti ferisce la vita.
Per fortuna ne sono uscito ma sarà impossibile dimenticare. Ho fiducia nelle forze dell’ordine ma adesso quando vedo un posto di blocco mi si stringe lo stomaco. E un’altra cosa mi viene da pensare: che è meglio non preoccuparsi degli altri, non cercare di aiutarli, perché può succedere che così facendo, come è successo a me, si finisce per dare fastidio a qualcuno, che poi te le fa pagare. Evidentemente qualcuno ha mal digerito il fatto che mi fossi dato da fare per evitare che alcuni ragazzi finissero per prendere una brutta strada, quella della droga, che circola anche a scuola.
Quel qualcuno me l’ha fatta pagare, mettendo non so come nella mia auto quella roba, chiamando i carabinieri e facendomi passare per spacciatore. Nei momenti più duri di questi mesi mi hanno molto aiutato i colleghi e gli studenti che hanno manifestato per me, raccolto firme, chiesto di essere ascoltati per testimoniare in mio favore. È grazie anche a loro se sono ancora qui e non ho perso la voglia di continuare a insegnare in questa scuola».(l.m.)
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