Gioco
L’eroe dimenticato che salvò la vita a quindici fuggiaschi
Nella ricorrenza dell’Eccidio del Padule il maestro Catastini rievoca una pagina inedita di quel tragico giorno del 1944
FUCECCHIO. Il maestro Mario Catastini, memoria storica di personaggi ed eventi locali, nella ricorrenza dell’eccidio del Padule di Fucecchio (23 agosto 1944) racconta una pagina inedita di cosa successe dietro le quinte a Massarella. Fu un crimine di guerra, persero la vita 175 civili (uomini, donne e bambini).
La sera prima del 23 agosto 1944, alle ore 21,30 il quarantaseienne massigiano Gaspero Banti insieme al sedicenne Ughino Lombardi andò a dormire nel rifugio scavato in Poggioni sulla parete che guarda il Padule. Giunti dentro il rifugio, Ughino, stanco, si sdraiò sulla coperta che aveva steso per terra e chiese a Gaspero: “Ma i tuoi figlioli Palmiro, Vincenzo e Pierino dove vanno a dormire?” L’altro scosse il capo: “Non vanno da nessuna parte: restano in Padule nel capanno che abbiamo fabbricato con canne e frasche in fondo al Canale del Prete, a un chilometro di distanza dal Porto dello Spinelli. Lì trascorrono tutta la giornata per non cadere nella rete dei tedeschi e dei repubblichini di Mussolini”. “Ci sono solo loro in quel capanno?” chiese ancora Ughino. “No, c’è un’altra dozzina di uomini, quasi tutti sfollati”, rispose Gaspero. Poi si addormentarono. Ma a un tratto Gaspero fu svegliato dal rumore di tanti camion o camionette militari. Uno si fermò a una ventina di metri dal rifugio. Ne discesero 6 tedeschi. Scaricarono una mitragliatrice e la piazzarono con la bocca rivolta verso il Padule. Poi scaricarono molte cassette di pallottole.
In un lampo - rievoca Mario Catastini - Gaspero capì due cose: che anche gli altri autoveicoli militari avrebbero scaricato delle mitragliatrici e altrettante munizioni; che quelle mitragliatrici al levar del sole avrebbero iniziato a sparare sul Padule per uccidere quanti vi si erano rifugiati. Così Gaspero decise di raggiungere i figli e gli altri che pernottavano nel capanno per aiutarli a uscir fuori, non visti, dal Padule. Raggiunta la gronda, prima di attraversarla osservò da entrambi le parti per individuare delle possibili pattuglie tedesche di ronda. Poi entrò in Padule e quasi di corsa raggiunse il capanno dei figli in fondo al canale del Prete. Nel capanno, Palmiro, che era in dormiveglia, si svegliò di soprassalto e temette che fosse un tedesco. E Gaspero sottovoce: “Svegliatevi tutti. Bisogna uscir subito fuori dal Padule. I tedeschi preparano una carneficina. Ci sposteremo nel bosco dietro Poggio Pieracci”.
Il cielo era stellato. La luce della luna veniva in parte offuscata dalla caligine che copriva tutta l’area del Padule e che all’alba si sarebbe trasformata in uno spesso banco di nebbia. In fila indiana, furtivi, i 15 raggiunsero dopo un quarto d’ora di marcia il tratto di gronda che va dal Porto dello Spinelli alla Cascinaccia. Per Gaspero non fu difficile individuare una pattuglia tedesca formata da due militari. Quando i due soldati stavano per raggiungere la Cascinaccia, Gaspero dette il segnale e uno dopo l’altro attraversarono la gronda e si inerpicarono sulla collina. Raggiunsero il bosco, distesero le coperta che si erano portati dietro ma non riuscivano a dormire. D’un tratto iniziò il crepitìo delle mitragliatrici e dalle esplosioni delle cannonate che colpivano a casaccio l’area del Padule. Solo allora i 15 fuggiaschi si resero conto che Gaspero li aveva salvati da morte quasi certa”.
Ma chi era Gaspero Banti? Catastini ricorda che era nato a Massarella nel 1898, aveva preso parte, appena diciottenne, alla Prima Guerra Mondiale. Rientrato a casa nel 1919, si era iscritto al Partito Socialista e ne era diventato un dirigente apprezzato anche nel capoluogo per il contributo a risolvere i problemi impellenti di quel difficilissimo dopoguerra: l’approvvigionamento dei generi di prima necessità come il grano, la carne ed il vino; la mancanza di alloggi decenti per la classe operaia, la disoccupazione. Gaspero già titolare del negozio-emporio del Dreoli, affermava: “Questi problemi dobbiamo risolverceli da noi, non dobbiamo aspettare che ce li risolva lo Stato”.
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