Il Tirreno

Empoli

L'odissea di un viaggio in treno

di Riccardo Cardellicchio

Un giovedì. Fa caldo. Non possiamo rimandare il viaggio a Firenze. C'è da firmare un contratto. Si va in treno. È impensabile usare l'auto. Troppo traffico ed elevato

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di Riccardo Cardellicchio

Un giovedì. Fa caldo. Non possiamo rimandare il viaggio a Firenze. C'è da firmare un contratto. Si va in treno. È impensabile usare l'auto. Troppo traffico ed elevato rischio multe. Treno alle 8.39 dalla stazione San Miniato-Fucecchio, che mette tristezza soltanto a vederla. Arriviamo in anticipo. Facciamo in tempo a prendere il treno delle 8.24. Non è affollato. Fa caldo. I finestrini, nello scompartimento scelto, non si aprono. Due sono un po' aperti, ma non si spostano di un millimetro. «Sono rotti», sentenzia un ometto sudato. Più avanti, per parare il sole, che picchia sodo, un giovane sposta alla meglio la tendina sdrucita. Ce ne sono altre nelle stesse condizioni.

Arriva il momento della necessità del gabinetto. Mi metto in cerca. Eccolo, finalmente. Spingo la porta e rimango di stucco. C'è una donna giovane. Mi ritiro e attendo. Esce, poco dopo. Chiedo scusa. E lei: «Non si preoccupi».

Entro e capisco l'inghippo. La porta non si chiude. Non c'è verso. Faccio alla meglio, preoccupato. Ma nessuno mi disturba. Riguadagno il posto. Fa sempre più caldo. Passiamo stazioni con segni evidenti di trascuratezza.

Arriviamo a Santa Maria Novella in orario.

La nostra mèta non è lontana. Si può andare a piedi. La stazione è super animata. Le strade sono affollate. Gente che arriva e gente che parte. Autobus e tramvia presi d'assalto. Si mischiano le lingue. Firenze è strapiena. Straripa.

Una pignoleria burocratica rende nullo il viaggio.

L'ora del ritorno: 10.53, binario 2. Il treno è già lì. Vi saliamo che sono le 10.30. Nel primo vagone, che incontriamo, l'aria condizionata, mandata al massimo, rende l'ambiente gelido. Proseguiamo. Nel vagone dopo, più piccolo, il caldo è insopportabile. Ci fermiamo all'inizio di quello successivo, lunghissimo. C'è l'aria condizionata, ma è tollerabile.

Disturba il rumore della ventola del condizionatore.

Non si riesce ad ascoltare gli annunci che sforna l'altoparlante esterno. Passano velocemente gli addetti alle pulizie: un uomo e due donne. L'ultima recupera una bottiglietta di plastica, vuota, lasciata su un sedile.

Il treno si riempie. Sono numerosi gli stranieri. Chi va a Pisa, chi in Versilia. Una bella signora francese vuole raggiungere Forte dei Marmi.

Arrivano le 10.53. Come non detto. Passano cinque minuti. Poi dieci. Poi quindici. Non si riesce a capire perché. Il rumore della ventola impedisce di sentire se l'altoparlante dà una qualche spiegazione del ritardo. Qualcuno scende. Passano venti minuti. Poi altri cinque. Poi un'altra manciata. La gente sbuffa. C'è chi ha appuntamenti. Ci sono bambini.

Un fischio, finalmente.

«Si parte. Era l'ora», dice un’anziana, alzando gli occhi dal giornale spiegazzato.

Arriviamo alla stazione di San Miniato-Fucecchio con quasi mezz'ora di ritardo. «Peggio di così», dice mia moglie.

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